09 febbraio 2010 —
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Trieste
Sono nato a Scoglietto, allora parrocchia di San Giovanni, nei bui anni Quaranta accolto dalle sorelle di clausura nellasilo di Strada di Guardiella, attuale Casa San Domenico. Dopo le elementari alla «Suvich» accedevo a quella scuola che sarebbe divenuta la «Mario Codermatz». Allepoca noi ragazzi, quasi tutti poverissimi, ci concedevamo il lusso di qualche crema o krapfen alla panetteria della Rotonda, di proprietà della signora Milic.
Succede così che entrando un poco in confidenza e per raggranellare qualche lira facessi delle piccole commissioni per la panetteria. Naturale alla fine della scuola avviarmi al lavoro del «pek» tramite i buoni uffici di «Ciano Meula pek», dirigente del San Giovanni calcio, nel quale giocava mio fratello Marcello, allenatore un signore di nome Nereo Rocco. Venivo regolarmente assunto. Fu così che a quattordici anni venni a contatto con il manicomio di San Giovanni. Giornalmente portavo due grossi «scartozi de pan». I primi tempi li lasciavo in portineria a due uscieri in divisa, in seguito in direzione a villa Renner. Nonostante ci fosse nei vari servizi, la panetteria per correttezza si comperava. Ai miei occhi di ragazzo curioso per letà, il manicomio pareva un luogo dove regnava ordine, pulizia, persino bello nei suoi viali e giardini curati. Certo le due palazzine, una per le donne e una per gli uomini, con quelle reti a formare una grossa gabbia colme di malati, taluni parlanti, altri muti, alcuni ululanti, mi facevano paura, ma erano i «matti», mi fu detto.
Dopo molti anni seppi la verità. Per quasi tutti gli anni Settanta oltre che esercitare il mestiere marittimo ero proprietario della «Trattoria Miniussi», vicina allentrata superiore del comprensorio di San Giovanni. Il rione era in ansia e subbuglio «perché in manicomio xe rivà un dottor più mato dei mati» e io ne sentivo di tutti i colori. Un pomeriggio di una bella giornata di primavera, nel giardino del locale, arrivò una compagnia, una ventina di persone, in vero strana. Pagato il conto il «capo» mi chiese in dialetto che cosa pensavo di quella gente. Esternai che mi sembrava un po fuori del comune, al che mi disse: «Questi xe i mati e mi son Basaglia», venga a trovarci.
Non so il perché, forse il mio istinto di marinaio mi fece sentire unimmediata simpatia per quella persona di cuore e di scienza.
A quel tempo le teorie basagliane venivano applicate a Gorizia, a Trieste e a Castiglione delle Stiviere da un giovano psichiatra, Franco Rotelli.
La trattoria divenne punto franco dei diventati «ospiti» Opp. Ricordo Remigio che domandava sigarette avendone una accesa fra le labbra, e che si mangiava un plateau di dolci, pagandone uno. Jacopo Corpulento, con il labbro spaccato che sembrava il Quasimodo di Notre Dame, buono come il pane; il «capitano» in perfetta divisa bianca. Oltre ai matti avevo ospiti internazionali del calibro di Felix Guattari, Smiths imponente con grande barba bianca e un codazzo di persone, molte straniere. Fra discussioni, mangia e bevi, spesso si faceva mattina, il che con laggiunta di studenti e giovani del rione, fece raccogliere molte firme dei «benpensanti» per ritirarmi la licenza.
Ceduta la trattoria ho sempre seguito levoluzione basagliana. La libertà è terapeutica, oggi si vola, la libertà è rivoluzionaria. Un particolare ricordo mi è rimasto del famoso Reseau. Vi era una tenda da circo innalzata nel prato vicino alla cappelletta mortuaria, gradini stracolmi di giovani venuti da ogni dove, nel momento però in cui Basaglia prese la parola per illustrare i mezzi di contenzione si levò assordante e preordinato un coro tumultuoso «Vogliamo Basaglia direttore allAsinara», chiaro riferimento ai brigatisti colà detenuti. Non ricordo se dopo alcuni tentativi di parlare Basaglia li mandò «in mona». So che in breve volarono spintoni, sberle, pugni, facemmo muro attorno a Franco e riuscimmo a sottrarlo ai facinorosi. Altri tempi. Oggi il parco è rifiorito per opera di saggi amministratori, però Franco Basaglia, autore di una rivoluzione mondiale, che ha al centro la città di Trieste, attende che il suo nome venga affisso a qualche sito.
Claudio Dominese