Un pamphlet dell'astrofisica Margherita Hack: «In Italia scuola e cultura allo sfascio»

di ELISABETTA D'ERME


L'astrofisica
Margherita Hackha distolto lo sguardo dalle stelle per puntare il cannocchiale sulle miserie terrene del nostro Paese. Ne è risultato il pamphlet "Libera scienza in libero Stato" (Rizzoli, pp. 164, euro 16,50)che l'autrice presenterà oggi, alle 18, alla libreria Feltrinelli in via Mazzini 39 a Trieste con la giornalista Cristina Serra.
Il libro è un appello per rilanciare la cultura e la scienza, per salvare la scuola dai pericoli dei finanziamenti agli istituti privati a scapito di quelli pubblici, è una denuncia delle ultime fallimentari riforme scolastiche e universitarie che anziché dare al sistema educativo nazionale il necessario slancio l'hanno paralizzato. Oggetto delle osservazioni della scienziata non è solo la galassia scuola ma anche lo stato dell'arte nell'ambito delle risorse energetiche, delle biotecnologie, della ricerca spaziale, dell'ingerenza della Chiesa sulle questioni dello Stato, del declino dell'industria italiana e molto altro ancora. Classe 1922, Margherita Hack è stata professore emerito di astronomia all'Università di Trieste e direttrice dell'Osservatorio Astronomico di Trieste. Dal 2002 è presidente onorario dell'Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.
Lei cita un discorso sulla scuola d'inquietante attualità che Piero Calamandrei tenne nel '50, ma oggi le garanzie costituzionali non sembrano più essere priorità etico-morali. L'Italia è entrata un processo involutivo inarrestabile?
«Spero che questo processo si arresti, perché se non si rispettano più Costituzione e leggi, se le leggi si fanno su misura per i potenti, si va verso la barbarie. C'è stato un decadimento morale tremendo, che credo sia dovuto anche a chi ci governa attualmente, a un Berlusconi che non ha il minimo senso dello Stato, che si preoccupa solo delle sue questioni personali e che si è circondato da una serie di mezze calzette che sono ai suoi ordini e non hanno nessuna autorità».
Lei dimostra che la paura della scienza e la diffidenza verso la cultura stanno facendo danni irreparabili. Come uscire da questa impasse?
«Bisognerebbe offrire più cultura, fare scuole più serie a tutti i livelli. I tempi non potranno essere brevi perché si deve risalire la china da un imbarbarimento progressivo iniziato 15-20 anni fa. Molto dipenderà dalla élite culturale e dalla coscienza dell'importanza della cultura per il progresso del paese. Una laurea non dovrebbe essere vista solo come un pezzo di carta per far carriera in qualche ufficio».
In ambito scientifico Pasteur distingueva la "scienza" dai suoi prodotti. "Libera scienza" implica anche l'accettazione di ogni sua "applicazione"?
«La libera scienza vuol dire la scienza pura che fa ricerca per rispondere alla curiosità di conoscere e di capire le leggi che regolano il nostro universo, il nostro pianeta, il nostro corpo, senza prevedere applicazioni immediate. Dalla scienza pura arrivano poi anche le applicazioni e son quelle che fanno progredire anche tecnologicamente il paese. La libera scienza non lavora contro gli esseri viventi. La ricerca pura non si propone applicazioni che potrebbero essere dannose. La conoscenza permette di scegliere tra le possibili applicazioni solo quelle vantaggiose all'umanità agli esseri viventi».
Nucleare sì o no?
«Il nucleare è una necessità. Certo bisognerebbe sviluppare di più le energie rinnovabili, favorire l'utilizzo dell'energia solare. Ma per qualsiasi cosa qualcuno protesta. L'alternativa è ridurre il consumo di energia, il che vuol dire tornare indietro di mezzo secolo. Quindi vedo prima di tutto energia rinnovabile sviluppata al massimo (in Svezia adoperano più energia solare che in Italia) e poi credo che per l'industria sarà necessaria qualche centrale nucleare, perché le sole energie rinnovabili non saranno sufficienti. D'altra parte le centrali nucleari oggi sono più sicure di una volta. Il referendum fu fatto pochi mesi dopo Chernobyl. C'è il problema della scorie, molto grave in un Paese come il nostro che spesso dimostra incoscienza nella loro eliminazione. Quindi la definizione dei luoghi destinati allo smaltimento dovrebbe essere il primo problema».
Se fosse una studentessa resterebbe in Italia o andrebbe all'estero?
«Le nostre università danno una buona preparazione, non parlo delle micro-università spuntate qua e là come funghi per soddisfare le ambizioni dell'onorevole locale, ma delle università con una tradizione. Tanti neo dottori costretti a partire perché qui fanno la fame e non trovano lavoro, all'estero stanno bene e fanno carriera. Lo si evince anche dal numero di contratti di ricerca che gli italiani sono riusciti a ottenere con i fondi del Consiglio Europeo delle Ricerche. Il futuro però è nero. Per un dottore di ricerca, dopo i 4/5 anni di università e altri 2/3 anni per il dottorato, con uno stipendio di 1000 euro o poco più, si prospetta un futuro da precario. In Italia si può studiare e anche bene, poi però questi ricercatori bisogna tenerseli, non lasciarli andar via. Comportamento assurdo in un paese che ha così tanto bisogno di innovazione e con una bassa percentuale di ricercatori: su 1000 abitanti sono pari alla metà di quelli di altri Paesi industrializzati. Nelle nostre industrie c'è l'abitudine di comprare i brevetti, ma ricerca propria se ne fa poca».
Le università americane non esisterebbero senza i finanziamenti di privati e imprese. Lì l'eccellenza è sostenuta...
«Da noi sono rarissimi gli industriali che finanziano scienza e cultura. Qui a Trieste ne abbiamo un esempio e quindi va ricordato. Primo Rovis, invece di finanziare la Triestina, finanzia la cardiologia, aiuta la medicina e fra l'altro ha uno splendido museo di minerali che vorrebbe diventasse un patrimonio della città e che tutti ignorano. Sono materiali preziosi che potrebbero servire agli studenti di geologia, di mineralogia. Trieste è la città della scienza e dovrebbe essere più aperta verso le iniziative scientifiche».
Il "Sistema Trieste", al quale lei dedica un capitolo del libro, funziona perché è sovranazionale?
«In gran parte sì, sono istituti internazionali che dipendono dall'Unesco, dalla Iaea, o dalle Nazioni Unite. Però il merito di avere portato queste strutture scientifiche a Trieste si deve a Paolo Budinich».
Se vedesse cadere una stella, che desiderio esprimerebbe?
«Che l'Italia possa ritrovare i valori che avevamo subito dopo la guerra, valori forgiati dalla Resistenza e rispecchiati nella Costituzione, testo straordinario da seguire e non da modificare con leggerezza. L'Italia dell'Olivetti, della Ducati, della Snia Viscosa, della Montecatini e della Ferrania. Ma che fine hanno fatto tutte quelle industrie?».