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La Nobel Morrison: «C’è una sfida nuova tra civiltà e razzismo»

di TOMMASO DEBENEDETTI


TRIESTE «Fino a due decenni fa c’era la guerra fredda, poi si è parlato di scontro di civiltà, di guerra fra nord e sud del mondo. Oggi, io credo che sia in atto una sfida nuova, quella tra civiltà e razzismo. Non si tratta di confronto, ma di sfida, perché con la follia, con la disumanità non ci si può confrontare, si deve solo lottare senza sosta». Toni Morrison, una delle massime figure della narrativa statunitense di oggi, premio Nobel per la Letteratura nel 1993 e autrice di opere quali «Amatissima» e «L’occhio più azzurro», quasi tutte incentrate sulla difficile condizione dei neri americani, non esita a definire «un obbligo assoluto l’impegno dei governi e dell’opinione pubblica contro il dilagare degli episodi di razzismo. Quando la raggiungiamo telefonicamente, la Morrison sa già quasi tutto dei fatti accaduti in Calabria («qui se ne è parlato molto ma a mio avviso si sarebbe dovuto dire di più» spiega).
Signora Morrison, quale è la sua opinione sui fatti di Rosarno?
Quegli avvenimenti a mio avviso orribili, vergognosi, sono la prova di due cose: del potere che le bande criminali mantengono, nonostante gli sforzi dei vari governi italiani, in alcune parti del territorio del Paese, un potere a quanto si vede incontrastato e feroce, e la presenza di una realtà nuova, pericolosa e inquietante.
Quale?
Il fatto che il razzismo, l’odio verso gli immigrati, sono ormai così forti, così radicati, così intensi da rendere possibile alle bande criminali farli propri e cominciare a volgere una parte della loro azione contro questa povera gente. Evidentemente, questi mafiosi sanno benissimo che facendo così si attirano il consenso di molte persone e difendono interessi economicamente rilevanti! Del resto, ormai il razzismo, l’odio verso l’uomo di colore, verso l’immigrato, sono entrati profondamente nei sentimenti di tantissimi europei e, mi sembra, anche di tanti italiani.
Cosa fare contro questo fenomeno?
Ci vuole una mobilitazione senza riserve e senza precedenti dell’opinione pubblica e soprattutto una fortissima, decisa reazione dello Stato che faccia comprendere come situazioni del genere non verranno più tollerate. Ritengo che contro gli atti di razzismo si debba essere inflessibili come di fronte al terrorismo. Quello che dico vale oggi per l’Italia ma naturalmente è necessario in ogni Paese.
Come è la situazione del razzismo negli Stati Uniti?
Apparentemente, il fenomeno è diminuito ma non è vero. Certo, i neri sono oggi molto integrati nella società, abbiamo un Presidente di colore. Ma la condizione dei neri americani resta difficile, la disoccupazione è molto più frequente, i guadagni sono di fatto più bassi perché, anche quando ottiene un posto di lavoro, un nero ha inspiegabilmente più difficoltà a raggiungere posizioni in cui i guadagni sono elevati. Inoltre, da noi è cresciuta, in quest’ultimo decennio, una forma nuova e gravissima di razzismo: quello verso gli immigrati che arrivano dal mondo musulmano. Possiamo parlare di vere e proprie discriminazioni collettive. Non si guarda a chi è una persona, ma al Paese da cui proviene, e se quello è un Paese islamico, immediatamente scatta la paura, o addirittura l’avversione, l’odio. E’ come se ogni musulmano fosse un terrorista o un estremista, o comunque si volesse far pagare a lui la tragedia dell’11 settembre. E ora, dopo l’episodio della strage aerea evitata a Natale, questo sentimento è giunto al massimo, sembra di essere tornati, per quanto riguarda l’odio anti islamico e la paura dell’immigrato, ai giorni che seguirono l’attentato alle Torri Gemelle!.
Il fatto che Obama sia di origini africane aiuta a combattere i sentimenti di odio razziale?
Non molto, perché Obama viene percepito come un caso a sé, come una persona molto intelligente, molto valida e molto fortunata che, nonostante il colore della sua pelle, è arrivata alla Casa Bianca. Un’eccezione, insomma. Può darsi, ma solo in minima parte, che l’arrivo al potere di Obama abbia migliorato la percezione che si ha riguardo ai neri americani, ma verso gli immigrati, verso gli stranieri con la pelle scura che arrivano qui, o verso gli asiatici, non è cambiato proprio nulla. Il fatto positivo è che Obama sta facendo molto per combattere il razzismo contro gli immigrati. Capisco che per qualcuno possa sembrare contestabile la grande attenzione che egli spesso rivolge al mondo arabo, proprio mentre una delle grandi priorità è la lotta al terrorismo di matrice islamica. Ma non c’è nessuna contraddizione in tutto questo: Obama vuole far capire che un conto sono i terroristi, contro cui occorre lottare senza sosta, un altro conto sono i cittadini dei Paesi musulmani, in particolare quelli che vanno in Occidente a cercare lavoro. Occorre vigilare, certo, fare in modo che fra loro non si infiltrino persone legate al terrorismo, ma per il resto vanno rispettati, accolti, aiutati.
La letteratura fa abbastanza contro il razzismo?
Dovrebbe fare molto di più. Gli scrittori hanno un compito molto difficile e importante. Devono denunciare, denunciare, denunciare. Non possono rifugiarsi nell’isolamento della vita letteraria, o intervenire solo di rado, magari per dire qualcosa di generico contro una guerra o sull’ambiente. Temi importantissimi, certo, ma occorre fare di più, rischiare di più, dire le cose che davvero non vanno nel nostro mondo, e, mi creda, il razzismo, l’intolleranza verso chi viene da lontano, è oggi il più subdolo dei mostri contro cui ci troviamo a dover lottare.