È morto Alfredo Lulich, l'eroe buono del Crda

di ROBERTO COVAZ


"Recia, no far el furbo". Recia era Alfredo Lulich e a intimargli di comportarsi bene era il friulano Blason, gigantesco difensore della Nazionale e dell'Inter. Recia, in quel 1950, aveva 19anni ed era appena giunto all'Inter assieme a Sergio Morin e Giorgio Valentinuzzi, tutti e tre sfornati dal Crda. Alfredo aveva un sinistro micidiale, che solo Mario Corso forse l'aveva meglio di lui e non per niente fu battezzato "Il sinistro di Dio". Negli allenamenti Alfredo faceva ammattire Blason, che non ci stava a far brutte figure al cospetto di quel talentuoso monfalconese, suo conterraneo quasi. Perché Alfredo venisse chiamato Recia basta guardare le foto di gioventù, poi negli anni le guance si sono arrotondate e Blason avrebbe dovuto coniare un altro soprannome. Le scene di Recia e Blason se le ricorda bene Giorgio Valentinuzzi, mezzapunta, che poi fece molto bene al Bologna. E poi c'era Sergio Marin, mediano, l'unico dei tre ad avere esordito in serie A con i nerazzurri. Ma sia Giorgio che Sergio non hanno mai avuto dubbi: era Alfredo il più bravo.
I tre poi si divisero e presero strade diverse per approdare nel calcio che conta. Alfredo doveva esordire nel Torino ma durante un viaggio, al tempo della leva in Marina, incontrò un ammiraglio che gli consigliò di andare a giocare a Taranto, in serie B. Lui accettò, e forse fu un errore.
«Qual era la caratteristica di Alfredo? Gioire delle cose semplici e vivere il calcio in allegria, senza drammi ché in fondo è solo un gioco». A rispondere così, ieri, sono stati gli amici di sempre e i colleghi di mezzo secolo di calcio: Morin, Valentinuzzi, Guido Covaz, Claudio Lupoli. Quanto a Cergoli, l'altro amico della compagnia, sarà il primo ad accoglierlo lassù per rimettersi subito a parlare di pallone.
Alfredo Lugli - ma per tutti è sempre stato Lulich - dopo aver smesso di giocare era tornato al Crda e come la gran parte dei giocatori azzurri aveva trovato impiego al cantiere. Nella seconda metà degli anni Sessanta, con Ciso direttore tecnico, Lulich allenava la squadra più forte che il calcio monfalconese abbia mai avuto. Lo stadio Cosulich era spesso pieno e a Panzano arrivavano squadroni blasonati quali Padova, Reggiana, Piacenza e il Novara di Udovich, un libero pelato originario di Pola che non sbagliava un colpo. Un giorno in un Monfalcone-Derthona lo stopper azzurro Rocco, quasi esordiente, ruppe involontariamente la tibia a un avversario, il quale doveva patire le pene dell'inferno in attesa dell'autolettiga. Si avvicinò Alfredo e gli disse: "Non xe grave, Renato daghe un poco de té". Renato era Renato Deiuri, il popolare custode che preparava certi té misteriosi che puntualmente fiaccavano gli avversari nel secondo tempo. Sta di fatto che quelle parole di Alfredo tranquilizzarono l'infortunato meglio di qualsiasi anestetico.
Scanzonato, dissacrante, allegro e dalla battuta sempre pronta. Così era Alfredo, nato in via Polo a Panzano, la stessa strada dove è anche nata la signora Maria Pia, la sua prima tifosa. Panzano era il suo mondoe il Cosulich la sua seconda casa. Era un uomo buono; è questo che alla fine conta più di tutto.