De Luyk: «Per estremismo culturale all'Ariston non vendevamo mai i pop corn Facevano un rumore troppo molesto...»


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di GABRIELLA ZIANI


Il cognome ha origine nelle Fiandre: Luyk. Ma altri antenati, scesi poi in Alto Adige, uno dei quali molto più tardi, in epoca asburgica, governatore di una regione istriana, lo arricchirono col «de» (minuscolo). Alla fine Mario de Luyk, storico creatore del cinema Ariston, e prima ancora fra le anime della Cappella Underground e oggi socio e gestore del «Cinecity» alle Torri d'Europa (e di altri cinque complessi simili, assieme a tre soci), è nato a Lussino. Cinema e de Luyk: un binomio ormai storico, anche se la storia continua, in una Trieste capitale oggi dei festival, ieri per numero di sale, e ancora sempre più spesso «set» per grandi registi, e non da ultimo città che si mette ancora in fila al botteghino. Ma questo signore tutto preso da arte e imprenditoria, passato dalla sala d'essai al centro commerciale, dove ha cominciato e come?
Chi era lei, de Luyk, prima dell'Ariston, prima del cinema?
Nel 1961 mi ero iscritto a Scienze politiche, poi il matrimonio e un figlio, l'interruzione degli studi e il lavoro: in un centro di psicologia del lavoro, qui a Trieste, un ente parastatale. Il cinema era però da sempre il mio hobby, la mia passione. Facevo parte del direttivo del Circolo universitario cinematografico (Cuc), ero nel coordinamento nazionale, con Lino Miccichè. Ero anche di ultrasinistra, del Psiup: mai nel Pci, per ragioni ideali di democrazia di base, per l'italianità di Trieste nei confronti delle pretese jugoslave... Lavorai a Genova, e a Venezia dove feci il '68: con Massimo Cacciari, con Toni Negri, con gli operai di Marghera.
Che cosa dice oggi: bei tempi quelli?
Avevo molta speranza. Poi quando vennero fuori le Br, mi allontanai: libertà sì, delitti proprio no. Mi avvicinai al Psi. Non a Craxi. Ero con Lombardi. Ma che cosa c'entra tutto questo? Poi ci fu il mio divorzio, e allora decisi di laurearmi, a 32 anni. E mi laureai in Psicologia, con Gaetano Kanizsa, pensando che fosse funzionale al mio lavoro.
E invece.
Entrai nel collettivo della Cappella Underground. Fui anche presidente per cinque anni. Settanta posti a sedere, in via Franca! Ma avemmo ospiti Francis Ford Coppola che girava a Trieste "Il padrino 2" e Pupi Avati, grande amico. Poi lavoravo dalle 8 alle 14. E mio collega, in quell'ente, era Piero Percavassi, che pure era della Cappella. Ci vedevamo al lavoro di giorno e la sera al cinema, e parlavamo del nostro sogno: ma perché
no gavemo un cinema tuto nostro? A Trieste allora c'erano più di 20 sale.
E non bastavano?
No, volevamo fare un vero cinema d'essai. Perché la Cappella era troppo piccola, per soci, non riusciva ad accedere a tutte le pellicole. Anche se abbiamo portato per la prima volta a Trieste un film di Woody Allen, e "I compari" di Altman, il primo Pupi Avati. Prima noi, poi i cinema di prima visione. Eppure con Piero di dicevamo: "Troveremo un cine, no?". E andavamo a bussare a tutte le porte, con pochi soldi, è chiaro, per dare la buonuscita al gestore esistente.
I fatti dicono che poi lo trovaste.
Nel 1978. Era l'Ariston, in viale Romolo Gessi. Faceva seconde e terze visioni e proiettava materiale, scadente, dell'Istituto Luce. Continuammo la convenzione per un po', ma all'improvviso grazie a un film d'animazione di Bruno Bozzetto, "Allegro non troppo", ci trovammo a vendere migliaia di biglietti. I distributori ci scoprirono. Dopo un anno facevamo già la nostra programmazione: non cinema commerciale, ma "di qualità, e commerciale".
Arrivò anche il pop corn all'ingresso, strana moda da cinema che non tramonta?
Per estremismo culturale, niente pop corn. Sgranocchiare faceva rumore, disturbava... Ma oggi ancora anche il pubblico di nicchia chiede il pop corn. Bisogna averlo.
E così cominciò la grande avventura?
Nel 1979, accorgendoci che proiettavamo praticamente solo film che avevano vinto festival europei, inventammo il "Festival dei Festival", con bei nomi in giuria e premi. Tutto autofinanziato. Fummo citati perfino dalla rivista "Variety" come unico festival privato di quelle dimensioni.
Sembra che con lei valga il detto che da cosa nasce sempre cosa.
In effetti dalla Cappella nacque l'Ariston, e nacque il Miela di cui sono tra i fondatori, e poi Alpe Adria cinema di cui è direttore artistico Anna Maria Percavassi, la sorella di Piero, prematuramente scomparso. E da questi tanti altri festival...
Invece lei, sorpresa, dalla nicchia iperculturale è andato al multisala del centro commerciale. Com'è stato questo salto?
Il cinema per me è sempre poesia e fattore di cultura, il cambiamento non ha cambiato nulla. Però adesso con i miei tre soci siamo il massimo gestore cinematografico del Friuli Venezia Giulia e il quarto in Italia, abbiamo 19 sale, di cui 7 a Trieste, dove 4 sono stabilmente riservate al cinema d'essai, e qualche volta non bastano. Siamo iscritti alla Federazione italiana cinema d'essai. Non ho tradito le radici.
Facciamo la cronaca del trasferimento?
Veltroni, da ministro della Cultura del governo Prodi, liberalizzò le licenze nel mercato del cinema. Io e i miei attuali soci ci parlammo: "Qui arriveranno i "multiplex" all'americana, in un momento. E noi saremo morti. Facciamo qualcosa". E così decidemmo di mettere in piedi noi un nostro "multiplex", ma autonomo sia dalle case di produzione e sia dalle distribuzioni, italiane e straniere. Siamo gestori puri. Abbiamo aperto "multiplex" a Silea (Treviso), a Pradamano (Udine), poi è arrivata Trieste, poi Limena (Padova), poi Parma, adesso Cagliari.
Dall'Ariston a un vasto impero?
O così o morire. Ma non fu facile. Era necessario di nuovo trovare una sede. E bussa qui, e bussa lì. Avevo messo gli occhi sul Silos. Ma parlando con gli enti e con la politica cittadina capii che era impossibile. Si può fare, dicevano, ma chissà quando, troppe servitù, troppo complesso... Quanti anni ci vorranno?, chiedevo. Ah, dicevano tutti, chi lo può dire... Poi arrivò l'offerta di Torri d'Europa, e la pigliammo: occupiamo. Bisognava reagire al mercato, e in fretta. E oggi va benissimo. Crisi o non crisi nel 2009 abbiamo ancora aumentato gli ingressi del 10%.
Adesso sarà più ricco rispetto ai tempi eroici.
Tutti utili reinvestiti. Ma sa la cosa che mi fa più grande piacere? Dare lavoro. Abbiamo 300 dipendenti, 25 sono a Trieste. Dare lavoro agli altri è bellissimo, con l'Ariston non lo potevo fare. E mi piace davvero tanto tenere un corso all'università, "Caratteri del cinema contemporaneo" ad Architettura. Ragazzi entusiasti, io pure.
E all'Ariston è subentrato il bravissimo, «eroico» e appassionato Isidoro Brizzi, che però a un certo punto annunciò che in quel luogo di cinefili avrebbe proiettato film porno. Mezza città ebbe un collasso, l'altra metà prestò soccorso...
Era un momento bruttissimo, c'erano troppe sale di prima visione. La gente attorno all'Ariston creava molestie per il rumore. Anche lui disse "o così o chiudo". Però la gente del rione "chic" si arrabbiò ancora di più. Così tornò la normale pace, e Brizzi ha saputo resistere e resistere. Adesso in città hanno chiuso tre sale d'essai, e l'Ariston lavora benissimo.
Avranno chiuso anche perché, invece di subire la concorrenza, voi l'avete fatta.
Ah, certo. Possibile. I "multiplex" divorano i cinema di città. A Trieste molto meno che a Treviso o Udine, però. Succede proprio così. Con sette sale sulle 18 esistenti noi facciamo adesso la metà dei biglietti totali.
E all'Ariston ci va ancora qualche volta?
Ma come no. Vado al cinema, al bar.
Domanda allo psicologo laureato. Perché i "multi" attirano più della sala cittadina?
Si sta più comodi. C'è migliore acustica e visibilità. Tecnologia superiore. Si può prenotare il posto. C'è sempre parcheggio. Non hai la testa davanti che t'impedisce di guardare. La pulizia si fa a ogni spettacolo. C'è un bar, talora la pizzeria. Ci sono informazioni con dépliant. Ci sono incontri con registi, attori...
Il suo film preferito?
«Casablanca». «Gran Torino» di Clint Eastwood. Ma anche tra i più recenti «Vincere» di Marco Bellocchio. E "Gomorra" di Matteo Garrone.
L'attrice insuperabile?
Da adolescente Marilyn Monroe, è chiaro, un mito. Adesso Meryl Streep.
Qual è il ricordo più tenero del primo periodo?
Un episodio che mi dà un senso di comico e di rammarico assieme. Quando ospitammo Coppola alla Cappella, il regista parlò (con traduzione) per una decina di minuti, noi tutti a bocca aperta, tutti ansiosi di chiedergli questo e quello. Quando poi finì e chiese: "Domande?", noi o per timidezza triestina, o per chissà che cosa, aspettammo tutti che fosse un altro ad aprire bocca per primo, e Coppola ci guardò e concluse: «Allora good-bye". Restammo storditi. E poi mi ricordo di Ben Gazzara, a Trieste per girare "La ragazza di Trieste" con Ornella Muti. Mi venne vicino e sottovoce chiese: "Mario, chi comanda qui?". "Io" risposi. "Allora - sussurrò - starò sempre vicino a te...". Un vero italo-americano.
Adesso invece soprattutto vi dovete occupare dei tagli alla cultura, anche al cinema, sovvenzionato pure quello.
Il cinema è sempre stato sovvenzionato: sempre. Il problema è che tutte le associazioni che di questo si occ
upano non capiscono perché solo alla cultura, al cinema e al teatro, si debbano operare tagli del 50%. Invece io ho una precisa impressione. Chi produce cultura dopo aver ricevuto il finanziamento gode di indipendenza, non è omologato al potere. E questo al potere non piace. Dunque il taglio dei contributi è, sì, è un attacco alla libertà di espressione.