Libri e politica, fango su Einaudi

di PIER ALDO ROVATTI

La notizia è questa. Qualche giorno fa, a Bologna, durante un prestigioso appuntamento culturale (l'annuale "lettura" presso la casa editrice il Mulino), dinnanzi a un pubblico di scelta qualità tra cui spiccava Romano Prodi, un noto e anzi notissimo personaggio dell'editoria italiana, Gian Arturo Ferrari, direttore della divisione libri della Mondadori, ha colto l'occasione per sferrare un attacco micidiale a Giulio Einaudi e alla memoria storica della casa editrice da lui diretta fino agli anni ottanta.
Della persona ha detto che era un megalomane, uno affetto da delirio di onnipotenza, e che questa sua megalomania ha portato al disastro la famosa casa editrice eponima. Del libro di cultura ha affermato che oggi gode, nonostante tutto, di buona salute (la sua fetta di mercato sarebbe del 10%), e che ormai, per fortuna, ci siamo lasciati alle spalle la stagione in cui cultura e politica facevano tutt'uno e, insieme a essa, l'assurda pretesa che un editore non si limiti a pubblicare libri di qualità ma "faccia" direttamente cultura, magari dettando la linea alla politica stessa. Cioè pretenda di costruire un'egemonia culturale e di esserne protagonista. Secondo Ferrari non sarebbe stata una cattiva gestione a far crollare l'Einaudi, bensì proprio questa "vena megalomanica", che portò alla convinzione, per esempio, di poter concentrare in una fallimentare enciclopedia il sapere critico degli anni settanta (i "famigerati" anni settanta!).
Il fatto – che naturalmente ha subito suscitato stupore e indignazione – va corredato con un paio di ulteriori informazioni. Le edizioni Einaudi continuano a esistere con lo stesso nome, anche se oggi appartengono proprio al pacchetto della Mondadori: sopravvivono e cercano inoltre di mantenersi dentro la loro gloriosa tradizione valorizzando anche quel portafoglio titoli che per decenni ha "fatto" cultura in Italia con la sua saggistica e la sua narrativa. Inoltre, Ferrari sta ultimando il suo mandato alla Mondadori e si sta accingendo a ricoprire un ruolo di spicco ancora maggiore: è stato infatti chiamato dal ministro Bondi a presiedere una nuova agenzia governativa, il Centro per il libro e la lettura, il cui intento è quello di promuovere la cultura scritta in Italia. L'ho conosciuto, Ferrari, fin da quando lavorava all'università di Pavia ed era allievo di Mario Vegetti (il filosofo antichista più noto qui da noi), come una persona seria, intelligente e preparata. Immagino che anche il suo vecchio maestro sarà rimasto alquanto sorpreso.
Il mio commento sulla vicenda? Penso che vada di pari passo con i tempi grami che stiamo vivendo. È un altro campanello d'allarme. Vorrei solo risalire un po' nel tempo con qualche nota di sapore autobiografico. Ricordo che, quando, nei lontani anni sessanta, a Milano, entravo nel mondo culturale, leggevo Brecht e Beckett e attraverso il loro teatro mi sono formato una coscienza critica che ancora adesso porto con me. Poi ho letto la Dialettica dell'illuminismo di Adorno e Horkheimer e L'uomo a una dimensione di Marcuse. Siamo al '68, e lì mi sono entusiasmato divorando le pagine dell'Istituzione negata e scoprendo chi era Franco Basaglia. Negli anni successivi è stata la volta di Foucault, di Deleuze e di Lacan. Sul mio tavolo, a portata di mano, tengo tuttora Sorvegliare e punire di Foucault, un libro che continuo a considerare essenziale. Ma, bene in vista, stanno anche gli Scritti e i Seminari di Lacan, insieme ai due volumi, ormai introvabili, degli Scritti di Basaglia. Un po' più in là L'anti-Edipo di Deleuze e Guattari (senza il quale, comunque, non si capisce il '77). Potrei continuare allungando l'elenco, e almeno menzionando quanto abbiano contato per me Proust e Musil, per tacere di Calvino… Tutti questi cippi, che hanno segnato la mia formazione, li debbo a quel megalomane di Giulio Einaudi e all'incredibile impegno culturale della casa editrice torinese da lui diretta e animata. Io stavo appunto a Milano, non avevo alcun rapporto diretto con l'Einaudi (né, per dire la verità, con nessun apparato ufficiale della sinistra), frequentavo piuttosto le stanze di via Andegari (cioè la Feltrinelli).
Non credo che la mia esperienza fosse quella di un isolato: eravamo tantissimi, davvero tanti, a condividerla, ognuno a modo suo. Quei libri che ho ricordato (e molti altri che ho omesso) giravano tra le mani di tutti, punti di riferimento di un'intera generazione. E per moltissimi, come per me, sono rimasti una lettura insostituibile.
Intanto, tutto è cambiato, come non vederlo, ed è scesa una specie di nebbia che occlude la vista e si appiccica ai corpi. Difficile trovare, nel panorama attuale, analoghi punti di orientamento. Me ne rendo conto per il lavoro che faccio (insegnare, ma soprattutto dirigere una rivista di cultura, "aut aut", che esisteva allora e continua a esistere oggi). Mi sorprendo, invece, che qualcuno dica di sapere con qualche sicurezza cosa sia, oggi, un libro di qualità e di cultura; come sia possibile tagliare i ponti con il passato in un modo simile e poi con quale vantaggio; come si faccia a negare che la politica culturale discenda dai libri; come si possa cancellare con un frego la parola "impegno" senza precipitare nel qualunquismo o in un'idea annacquata di servizio; e infine perché mai si debba mettere in soffitta la parola "critica".
Oppure: lo so benissimo, e questo è davvero avvilente.