lunedì 22.03.2010 ore 02.52

ARCHIVIO il Piccolo dal 2003

Carlo Cecchi: «Il sapore del Tartufo cambia ogni sera»

di MARIA C. VILARDO TRIESTE Panta rei , tutto scorre, sosteneva Eraclito. «Nessun uomo può bagnarsi nello stesso fiume per due volte, perché né l'uomo né le acque del fiume sono gli stessi». Anche il teatro è un’alchimia fra attori e spettatori che ogni sera muta. Ed è, per Carlo Cecchi , un piccolo accadimento miracoloso racchiuso nel qui e ora . Perciò il presente è il tempo del teatro, e non il futuro che fa provare agli attori come sarà la prima, né il passato che fa vedere allo spettatore le rappresentazioni come ripetizione della prima. «Il paradosso del teatro sta nel fatto che è il luogo della ripetizione, ma allo stesso tempo, nel momento in cui si recita, dev’essere sconfitta questa che sembrerebbe essere la legge del teatro», afferma l’attore e regista, che questa sera, alle ore 20.30, andrà in scena al Politeama Rossetti con «Tartufo» di Molière, nella traduzione di Cesare Garboli. Prodotto dal Teatro Stabile delle Marche e dal Teatro Stabile di Napoli, lo spettacolo sarà replicato fino al 22 novembre. Gli altri interpreti sono Licia Maglietta, Elia Schilton, Angelica Ippolito, Antonia Truppo, Roberto De Francesco, Francesco Ferrieri, Rino Marino, Barbara Ronchi, Diego Sepe. Le scene sono di Francesco Calcagnini, i costumi di Sandra Cardini e le musiche di Michele dall’Ongaro. «Ho interpretato moltissimi personaggi di Molière - dice Carlo Cecchi - e quasi sempre, salvo nel caso di Don Giovanni, ho fatto quelli che Molière stesso faceva. C’è un tema costante in tutti loro, pur essendo diversissimi. Ad un certo punto della loro vita, all’interno della struttura tradizionale della famiglia, questi personaggi tirannici, eccessivi, sono presi da una sorta di raptus donchisciottesco, da un’infatuazione. Qui è l’infatuazione per la figura di un santo che poi si rivela essere un impostore. Ma a proposito dell’impostore, cioè di Tartufo, se si legge la commedia senza pregiudizi, considerando le sue vicende storiche e quelle del presente, si vede che questo cosiddetto impostore si muove in uno spazio talmente ambiguo che diventa difficile definirlo in maniera assoluta. Se si definisce a priori il personaggio di Tartufo, lo si riduce ad una sorta di caratterizzazione, di farsa. E di conseguenza si riduce Orgone al limite dell’imbecillità». Quali insidie interpretative nasconde la lingua drammaturgica di Molière? «Un testo come “Tartufo” di Molière, ma anche “Amleto” di Shakespeare, quando è interpretato con una grande traduzione, coglie e reinventa in italiano una struttura retorica che fa parte del significato del testo. L’articolazione del discorso in versi, in questo caso doppi settenari, così complessa, essendo fatta di dipendenti, di incisi, di metafore, è talmente estranea al linguaggio attuale, quello del computer, binario, senza articolazione, da richiedere un grande lavoro da parte degli attori. Un lavoro che ha molto a che fare con la vitalità, con il rapporto che c’è con queste fonti di grande energia che sono i grandi drammaturghi». Si sente più attore o regista? «Io sono un attore, in primo luogo, e come tale ho riconosciuto e continuo a riconoscere in maniera fortissima, anche tirannica, perentoria, che il teatro è fatto dai drammaturghi e dagli attori. Shakespeare e Molière sono gli autori da me più amati, come attore. Cosa c’è di più entusiasmante che recitare Shakespeare o Molière? Questo dono lasciato da attori, poeti e drammaturghi geniali, lo hanno accolto le generazioni successive. Poi l’irruzione nel ‘900 della cosiddetta regia ha cambiato qualcosa nel teatro, fino ad arrivare alle aberrazioni contemporanee con l’invadenza criminale che uccide i grandi autori. Poi, certo, non nego che i grandi registi abbiano costituito qualcosa di importantissimo per il teatro». I suoi prossimi progetti teatrali? «Per scommessa con il mio pessimismo ho accettato una richiesta dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Roma di fare un saggio con gli allievi del terzo anno. E questi giovanissimi mi hanno proposto di scegliere Shakespeare o Molière. Ho optato per “Sogno di una notte di mezza estate” e ho lavorato molto intensamente con loro, in certi casi ferocemente. Sono rimasto assolutamente colpito dall’enorme serietà di questo gruppo, perché non me l’aspettavo. Serietà e desiderio attivo, non virtuale, di imparare e di buttarsi nella creazione, nell’assumersi la responsabilità di uno spettacolo. E questo mi ha talmente sorpreso che medito di continuare con questo gruppo. Si riprenderà “Sogno di una notte di mezza estate”, e poi vediamo».

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