«Giorni duri per il Medio Oriente»

di TOMMASO DEBENEDETTI


TRIESTE «Adesso, per il Medio Oriente, potrebbero arrivare giorni molto difficili». È questa la preoccupazione di Amos Oz, uno dei massimi narratori israeliani viventi, dopo l’attentato che domenica, nel Beluchistan, ha colpito i pasdaran iraniani. «Vivendo qui in Israele la tensione si percepisce con forza- insiste Oz, che raggiungiamo telefonicamente nella sua casa ad Arad, nel deserto del Negev- perché quella strage non è avvenuta per caso né resterà senza effetti». L’autore di opere celebri quali «Una storia d’amore e di tenebra», «Non dire notte» fino al recente «Una pace perfetta» spiega di essere in ansia non solo come israeliano, ma come abitante di una regione del mondo che «oggi più che mai è minacciata dalla follia del fanatismo».
Quale è, Oz, la sua opinione sull’attentato avvenuto in Iran?
«Premetto che sono uno scrittore, non un esperto di politica, dunque le mie sono impressioni, riflessioni maturate da una lettura dei fatti, e anche da forti emozioni personali. Ho l’idea che questo attentato sia stato progettato ed elaborato all’interno del gruppo dirigente iraniano. Forse direttamente da Ahmadinejad, più probabilmente da uomini a lui vicini. Per vari motivi».
Quali?
«Anzitutto per ricompattare il Paese, visto che non solo dall’opposizione, ma anche nell’ambito stesso del potere iraniano, stavano emergendo tendenze miranti a contrastare le deliranti posizioni di Ahmadinejad e la sua corsa verso l’arma nucleare. Ora, dopo che una strage ha colpito le guardie scelte, i primi custodi della rivoluzione iraniana e del leader attuale, opporsi alle decisioni di Ahmadinejad significherebbe, secondo il regime, aiutare il nemico. Altro obiettivo, quello di confondere le acque, o meglio di intorbidarle, alla vigilia dell’importante conferenza di Vienna proprio sul nucleare iraniano. E infine, per un’ultima, e più importante ragione».
Cioè?
«Cioè per creare un pretesto per attacchi, temo non solo verbali, contro l’Occidente e i suoi alleati nella regione».
A che tipo di attacchi si riferisce?
«Mi riferisco al terrorismo. Non a caso, Ahmadinejad ha immediatamente accusato l’America di stare dietro l’attentato, così da trovare solidarietà nel mondo arabo e creare il terreno per l’unica risposta che in questo momento può consentirsi, quella cioè affidata ai kamikaze».
Sembra, almeno fino a questo momento, che il regime di Teheran abbia evitato di accusare esplicitamente Israele. Perché?
«Potrebbe farlo nelle prossime ore. Dietro però alla mancata accusa diretta agli israeliani potrebbe esserci un motivo che suscita non poca inquietudine. E cioè che Teheran potrebbe voler organizzare un attacco a Israele nei prossimi tempi, attraverso gruppi kamikaze o più probabilmente attraverso razzi dei suoi alleati hetzbollah dal sud del Libano, senza apparire agli occhi del mondo come il mandante di quell’azione».
Cosa possono fare, dunque, Israele e l’Occidente?
«Non cadere nel gioco di Teheran, non ritenere che l’Iran sia stato vittima di un’aggressione esterna, e dunque capire che bisogna serrare le fila. Occorre agire subito, prima possibile. Sia a livello diplomatico, isolando sempre più il regime, sia a livello militare. Ci sono molti segnali in tal senso, si dice che Israele potrebbe colpire i siti nucleari iraniani e che da dicembre in poi ogni momento sarebbe buono. Non so se queste voci siano vere, ma di certo non è possibile aspettare a lungo».
Quale può essere il ruolo di uno scrittore come lei in una fase così difficile per il Medio Oriente?
«Noi scrittori non abbiamo alcun ruolo diretto, e sarebbe sbagliato attribuircelo. Ma non dobbiamo esimerci dall’osservare quanto ci accade intorno, dal dire con forza, per quel poco che può venire ascoltato, il nostro pensiero, anche se è scomodo, anche se potrebbe indispettire qualcuno o farci apparire antipatici, o sognatori, o poco esperti politicamente…».