giovedì 29.07.2010 ore 20.13

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Premio a Lizzie Doron che ha voluto dar voce ai silenzi della madre

TRIESTE «Quello che non si sa fa malissimo». Prende le mosse da qui, dal tentativo di riparare il silenzio enigmatico della madre, la scrittura delicata con cui Lizzie Doron esprime il dolore e le oscurità dei figli di quanti sopravvissero ai campi di sterminio. «Helena – dice - non ha mai raccontato della Shoah e della sua vita di prima della guerra, e per me questo è stato un vuoto doloroso che ho cercato di colmare con i miei libri, cercando di dare una voce ai suoi silenzi, alle sue risposte enigmatiche, alle sue continue battute ironiche». Autrice di successo in Israele, la Doron sta trovando un ottimo riscontro di pubblico anche nel nostro paese. A testimoniarlo il Premio letterario Adei Wizo intitolato ad Adelina Della Pergola, che ogni anno premia il miglior romanzo di argomento ebraico pubblicato in Italia, assegnatole per il suo primo libro, ”Perché non sei venuta prima della guerra?” (Giuntina, pagg. 139, euro 12,00) . Il riconoscimento le viene consegnato oggi, alle 17.30, nella sala Maggiore della Camera di commercio da Roberta Nahum, presidente nazionale dell’Associazione donne ebree italiane, Marina Sagues e Liora Misan Zeira che presiedono la sezione triestina e Giancarla Mursia che guida la giuria composta da sole donne esponenti del mondo della cultura. Assieme a Lizzie Doron ci sarà Boris Zaidman , autore di ”Hemingway e la pioggia di uccelli morti” (Il Saggiatore, pagg. 192, euro 16,00) che ha spuntato il terzo posto. Il secondo posto è stato invece attribuito a David Grossman per il suo bellissimo ”A un cerbiatto somiglia il mio amore” . L’incontro sarà presentato da Cristina Benussi, Giorgia Greco e Giorgio Pressburger. Conduce la giornalista Francesca Vigori. Ad accomunare Lizzie Doron e Boris Zaidman, autori peraltro diversissimi fra loro, sono i temi dell’identità e delle radici. Nato a Kishinev in Moldavia ed emigrato in Israele ancora ragazzino, Zaidman nel suo romanzo ridà vita al mondo sovietico in cui è cresciuto. Con tanta ironia e qualche nostalgia, senza però scordare brucianti offese che a lungo l’hanno segnato, come la «quinta riga del passaporto in cui è indicata l’appartenenza etnica: a sette anni mi sono reso conto che facevo parte della nazionalità ebraica. È come rendersi conto di essere nati con un handicap». Tutt’altre atmosfere circondano invece l’infanzia di Lizzie Doron. «Sono stata cresciuta da mia madre – racconta. – Vivevamo a Tel Aviv in un quartiere di soli sopravvissuti che ai miei occhi di bambina erano tutti un po’ strani con i loro comportamenti e con la loro ossessione di vigilare su noi figli: per loro eravamo tutto, la sola idea che ci potesse accadere qualcosa li faceva impazzire». Come Boris anche Lizzie per crescere dovrà trovare la forza di andarsene. Per poi tornare, adulta, a riscoprire se stessa proprio nel mistero dei silenzi tormentosi dell’amatissima madre Helena. Daniela Gross

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