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Carlotto: «Vi racconto le nuove mafie del Nordest»

di ALESSANDRO MEZZENA LONA


Certo, sono pur sempre romanzi. Storie noir che si fanno leggere tutto d’un fiato. Eppure, i libri di Massimo Carlotto sembrano sempre più finestre spalancate sul mondo. Punti d’osservazione privilegiati, e un po’ nascosti, che ci permettono di leggere quello che accade attorno a noi. E che i giornali, ormai, non hanno più né la voglia né la forza di raccontare.
Prendete
”L’amore del bandito” (edizioni e/o, pagg. 191, euro 15), il romanzo in cui Massimo Carlotto riporta in primo piano il suo personaggio più amato dai lettori: l’Alligatore. Si parte da una storia vera: il furto di 44 chili di sostanze stupefacenti dall’Istituto di medicina legale di Padova, nel 2004. Si passa per un viaggio nel Nordest dei ricconi e dei criminali, del miracolo economico e del dilagare della malavita. Per ritrovarsi, poi, tra le mani una verità molto scomoda: una delle mafie più attive e pericolose della ”limpidissima” Italia padana è quella kosovara. I nuovi gangster, insomma, sono legati a filo doppio a chi ha combattuto per la libertà del Paese balcanico. E non si fanno scrupoli a rapire Sylvie, la donna di Beniamino Rossini, il contrabbandiere legato da amicizia fraterna con l’Alligatore. Scatenando una caccia all’uomo che spazia tra il Veneto e l’Istria, passando per Trieste. In un’altalena tra il passato e il presente.
Domani, Carlotto sarà a Trieste per parlare di mafie, libri e altre storie. Alle 18, nella sala di lettura della Libreria Minerva, in via San Nicolò 20, dialogherà con il giornalista Maurizio Cattaruzza, responsabile delle pagine di cronaca del ”Piccolo”.
«Da tempo i lettori mi chiedevano una nuova storia con l’Alligatore - racconta Massimo Carlotto -. E dopo un po’ di anni che ci giravo attorno, ho deciso di accontentarli. Ovviamente, dopo aver raccolto un bel po’ di materiale sulla storia dei 44 chili di stupefacenti spariti dall’Istituto di medicina legale di Padova».
Per raccontare la realtà bisogna scrivere gialli?
«Il discorso è semplice. I giornalisti sono sempre a rischio di querela, vengono minacciati con la richiesta di risarcimenti da capogiro. E allora evitano di mettere le mani nelle storie più torbide. I romanzieri sono al riparo da questi rischi. Possono cacciare il naso anche negli affari sporchi».
Il paradiso Nordest, nei suoi libri, sembra proprio un inferno...
«Al miracolo Nordest non ci crede più nessuno. Anche perché molti di quelli che si sono arricchiti qui, poi hanno trasferito le loro attività in Paesi che non li costringono a pagare le tasse. E quella degli evasori totali è davvero una storia pazzesca, che costringe tutti noi a sborsare soldi anche per loro».
Lei non è il classico scrittore da tavolino, alla Simenon?
«Considero Simenon un grande, ma io faccio lo scrittore in un altro modo. Prima di tutto scendo in campo, accumulo informazioni, come un vero giornalista. Devo cercarmi fonti attendibili, persone che sappiamo darmi la dritta giusta. Soltanto in un secondo momento rientro nel mio ruolo di scrittore e inizio un nuovo libro».
Mai ricevuto minacce?
«Minacce di querele, sì. Di altro tipo, per fortuna no. Credo che sia molto importante conoscere bene la storia che devi raccontare. Anche se poi la rielabori con la fantasia».

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