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GRASS: «IN EUROPA TORNA IL RAZZISMO»

di TOMMASO DEBENEDETTI


«Se dovessi esprimere in una sola parola quale sia il mio stato d’animo a vent’anni dal crollo del Muro di Berlino e dalla fine dei regimi comunisti, guardando questa Europa, direi che sono spaventato, anzi no, terrorizzato». Günter Grass, il massimo narratore tedesco contemporaneo, Premio Nobel nel 1999, autore di capolavori quali “Il tamburo di latta” e del recentissimo volume autobiografico “La camera oscura”, sintetizza così il proprio stato d’animo nell’imminenza dell’anniversario dell’evento che segnò la caduta del socialismo reale nel Vecchio Continente.
Intervistiamo Grass all’indomani delle elezioni tedesche, che lo avevano visto impegnarsi in prima fila a sostegno dei socialdemocratici. «È stata una sconfitta durissima per il mio partito, per la Spd - commenta Grass -, ora bisogna cambiare tutto. Non addosserei tutte le colpe alla leadership, piuttosto direi che la sinistra non è stata capace di capire dover stava andando il Paese. E aggiungo: non fidiamoci quando la signora Merkel dice che non cambierà nulla. È una svolta a destra punto e basta. Da questo momento la Germania avrà un governo di destra. I piccoli partiti estremisti e nostalgici ne trarranno tutti i vantaggi. Un motivo importante, anche se non certo il solo, per dirle che sono terrorizzato».
Per quale motivo, Grass, lei aveva scelto di impegnarsi direttamente in questa campagna elettorale?
«Perché penso che uno scrittore debba dare il suo contributo non solo con i libri o con le parole, ma lavorando attivamente nella politica, soprattutto quando, e questo è il caso, vi sono seri rischi di involuzione, di deriva verso una destra che, in Germania come altrove, non è solo conservatrice, ma ingloba anche elementi pesantemente reazionari».
A cosa si deve il successo dei liberali in Germania e il crollo socialdemocratico?
«A molti fattori, soprattutto di ordine economico, perché la crisi c’è, nonostante quello che si dice, e la gente cerca rifugio in chi, come le destre, sembra garantire soluzioni più facili. Ma in realtà, la Germania è andata a destra per effetto di quel brutto sentimento che si è creato già dal momento della riunificazione».
Cioè?
«Un sentimento di rivalsa, di volontà di potenza, di desiderio di tornare forti e rispettati. Un sentimento pericolosissimo, che era già insito negli entusiasmi, apparentemente belli giustificati, per la caduta del Muro di Berlino e per la riunificazione. Denunciai questi rischi allora, venti anni fa, e oggi sono ancora più convinto nel dire che questa Germania unita fa spavento”.
Può spiegarsi meglio?
«Ecco: io nell’ex Germania Est ci vivo, la conosco davvero. Non è come l’”altra Germania”: qui la frustrazione, la povertà, la disoccupazione, sono fortissimi, e l’effetto di tutto questo è una rabbia crescente, un livore cieco della gente. E sa verso chi si indirizza questa rabbia, questo livore? Verso gli immigrati, in primo luogo verso gli extracomunitari. Ma non solo, visto che qui l’antisemitismo, e più in generale il razzismo, sono endemici, covano da sempre sotto la cenere, pronti a riesplodere. E adesso cominciano a rifarsi vivi. Il primo effetto politico è stato il voto massiccio a destra, e non solo nell’Est, ma in tutta la Germania, perché stati d’animo del genere sono contagiosi».
Ritiene che in Europa stia accadendo la stessa cosa?
«Sì, e questo al di là delle vicende elettorali e politiche deio singoli Paesi. Un dato è comune: la paura della crisi, della povertà, della disoccupazione, trovano come bersaglio l’immigrato. E questo si traduce in due modi: a livello popolare, negli episodi di intolleranza e violenza contro glio extracomunitari, e a livello di governi nella orrenda politica delle espulsioni, per esempio quella seguita dall’Italia di recente, indegna e inutile, ma anche dalla Spagna e da altri Stati».
Si dovrebbero accogliere tutti gli immigrati?
«Sarebbe un segno di intelligenza e di reale sviluppo democratico. Ovviamente ci vorrebbero controlli, si dovrebbero isolare gli elementi malavitosi o criminali. Ma dimenticare, o rinnegare il principio dell’accoglienza è come dimenticarci la nostra civiltà. Dall’intolleranza verso gli immigrati di passa facilmente ad altre intolleranze. Al razzismo».
Ci sono altri fattori che ritiene inquietanti nell’Europa di oggi?
«Mi spaventano, devo dirlo, anche certi autonomismi mascherati da federalismo che, ad esempio in Italia, si saldano alla xenofobia più intollerante e le danno voce e forza politica. Ritengo che, nell’Europa attuale, certi autonomismi xenofobi siano assolutamente identici, come aggressività e pericolosissima retorica anti-straniera, ai nazionalismi aggressivi che tanto male hanno fatto al mondo e a questo continente».
Qualche motivo di speranza?
«I motivi di speranza ci sono. Mi riferisco per esempio all’entusiasmo con cui il mondo intero ha vissuto la candidatura e poi l’elezione di Obama alla presidenza Usa. Ritengo che dietro quell’entusiasmo non ci fosse un fenomeno mediatico, ma un segnale bellissimo di evoluzione. La politica di Obama, per ora, soprattutto sul piano interno, sta aprendo veramente la strada a riforme che in America erano inimmaginabili, e quando tutta Europa è scesa nelle strade a festeggiare il fatto che un uomo intelligente, direi geniale, libero e davvero democratico, che oltretutto aveva la pelle scura e un padre africano diventava la persona più potente del pianeta mi sono detto: questa è l’Europa che amo».
E il ruolo della cultura nell’Europa di oggi?
«Può ancora essere positivo e decisivo se noi uomini diu cultura non ci chiuderemo nel nostro egoismo o non faremo le star negli studi televisivi o non faremo il megafono servile de nostri governi. Dobbiamo rischiare, denunciare, non fermarci, perché,m ricordiamolo, il razzismo, la xenofobia, l’intolleranza, le derive reazionarie, sono prima di tutto il frutto dell’ignoranza, del rifiuto della cultura e, purtroppo, anche di un mondo culturale che ha rinnegato sé stesso e la sua funzione».