Una raccolta di saggi e interviste dello scrittore di Subotica morto a Parigi nel 1989, prima che crollasse la Jugoslavia

Da "Homo poeticus" di Danilo Kiš pubblichiamo il saggio che apre il volume "Homo poeticus, malgrado tutto".

di DANILO KIŠ


Noi siamo l'esotismo, siamo lo scandalo politico, siamo – nel migliore dei casi – i bei ricordi della Marna, la buona coscienza dei poilus d'Orient e dei combattenti della Resistenza. E siamo anche i bei tramonti sulla costa adriatica, i piacevoli ricordi vacanzieri di tramonti sereni sull'Adriatico... i ricordi innaffiati di slivovitz. E questo e tutto. A stento facciamo parte della cultura europea... La politica, quella si! Il turismo, anche! Lo Sliwowitz (nell'ortogra.a tedesca) anche, certamente! Ma chi diavolo andra mai a cercare la letteratura in questo Paese? E come raccapezzarsi in mezzo alle loro stronzate nazionalistiche, a tutte quelle lingue e quei dialetti cosi vicini e cosi diversi (dicono), a tutte quelle religioni e regioni?
Di letteratura, noi europei, ne abbiamo a sufficienza, e anche piuttosto buona, mentre loro, com'e che si chiamano, srbo-cr-cr, non hanno che da trattare cosiddetti temi delicati, burlarsi dei loro politici e criticare il loro sistema, descrivere qualche scandalo politico inserito in una bella cornice esotica... ed eccovi della buona letteratura. E noi europei, noi, i civilizzati, canteremo, con la coscienza tranquilla e il cuore leggero, la bellezza dei tramonti e l'esotismo della nostra infanzia e della nostra giovinezza (come Saint-John Perse), e scriveremo poemi d'amore e tanti altri ancora... Che si occupino dei loro problemi politico-esotico-comunisti. A noi la vera letteratura, a noi le servette tuttofare, le piccole, dolci servette della nostra infanzia e adolescenza. E anche se loro cominciassero a scrivere sui nostri stessi temi (la poesia, la storia e i miti, il destino dell'uomo, ninnoli rotti di vacuita sonora _
bibelots abolis d'inanité sonore– e altre risonanze), la cosa non ci riguarderebbe affatto; ma se cominciano a farlo a modo nostro, ecco che diventa letteratura, ci regala gli Andric´, i Krleža (che nome impronunciabile!), i Miloy Crnjanski (ancora quel cr-crr!), i Dragoslav Mihajlovic´ e altri ancora, dei quali, tutto sommato, si puo tranquillamente fare a meno...
A noi dunque, agli jugoslavi,l'homo politicus, agli altri tutto il resto, tutte le altre dimensioni di quel meraviglioso cristallo dalle mille sfaccettature, quel cristallo chiamato homo poeticus, quell'animale poetico che soffre sia per amore sia per la propria mortalita, per la metafisica quanto per la politica... Abbiamo meritato un destino simile? Senz'alcun dubbio. Siamo colpevoli e dobbiamo assumerci la nostra colpa, in silenzio. Giacché non abbiamo resistito alla tentazione di esportare nel mondo i nostri grandi (o piccoli, non me ne frega niente) problemi di nazionalismo e sciovinismo, e dichiarare al mondo intero che noi, prima di tutto, non siamo nemmeno jugoslavi ma serbi o croati, sloveni o macedoni o che so io, ma attenzione, signore e signori, e molto importante, non bisogna mai fare confusione, siamo ortodossi, e cattolici, e musulmani, e non manca qualche ebreo (guai a scordarselo)... e ci risiamo, rieccoci miserijugoslovacchi, immersi nelle nostre liti familiari mentre in realta volevamo parlare di letteratura, volevamo citare quelmonstre sacrécroato, Miroslav Krleža (krr-kr!) e quell'altromonstre sacré, Ivo Andric´, serbo o croato, come vi pare... ed ecco come si e rotto, per nostra disattenzione, quel ninnolo (gia) in frantumi(bibelot aboli)chiamato letteratura, ecco perché e per come non meritiamo di essere presi sul serio...
Inoltre – ma la colpa non e nostra, e di Dio –, dove diavolo collocare questa letteratura e questa lingua, queste lingue| Si tratta di una letteratura slava, e qui nessun problema, si tratta di una lingua slava, d'accordo anche su questo, si tratta dunque di un Paese slavo, per l'appunto, di un regime socialista, non proprio uguale a quello di altri... in fin dei conti un po' come i russi! E allora traduciamo i russi! Quelli almeno non creano problemi, anche tra loro ci sono tipi di ogni genere, ma almeno li possiamo in.lare facilmente nello stesso sacco, persino in una collana dedicata in cui possono essere compresi tutti (azeri o russi, baschiri o calmucchi). E allora? Allora niente, non bisogna arrabbiarsi. Bisogna solo essere coscienti del fatto che esistono e sono sempre esistite le grandi tradizioni, le grandi letterature, e che esistono e sono sempre esistite le piccole lingue e i piccoli popoli, come ci sono le banconote di taglio diverso (Andric´ dixit). Siamo, dunque, modesti, non mettiamoci a urlare, e non invischiamo il mondo intero nelle nostre dispute familiari.
E, soprattutto, non lasciamoci fregare da quel mito abusato secondo cui noi jugoslovacchi e gli altri magiari dobbiamo rinunciare alla letteratura, possiamo divertire il mondo unicamente con le nostre tematiche politico-esotico-comunarde, e siamo obbligatoriamente con.nati al ruolo di homo politicus, sempre e in ogni luogo, mentre la poesia e la forma, il gioco e i ninnoli, le ossessioni meta.siche (Chi sono? Dove vado? Da dove vengo?), le passioni d'amore non sono fatti per noi, come non lo sono nemmeno i tramonti, poiché appartengono ai turisti appassionati di letteratura e poesia, i quali, pertanto, hanno il diritto di ammirare i tramonti con la coscienza tranquilla.
In effetti, la poesia, la letteratura (e metto il segno di uguale tra queste due parole, come faceva Pasternak) sono, per voi e per noi allo stesso modo, i nostri sogni barbari e i vostri sogni, i nostri amori e i vostri amori, i nostri ricordi e i vostri, il nostro quotidiano e il vostro, la nostra infanzia infelice e la vostra (forse anche quella infelice), la nostra ossessione di morte e la vostra (identica, spero).
La poesia (= letteratura) e anche, lo so bene, e lo è sempre di piu, la descrizione delle ingiustizie sociali e la patetica condanna di queste ingiustizie (come lo era ancora ai tempi di Dickens), la descrizione e la condanna dei campi di sterminio, degli ospedali psichiatrici e di tutte le forme di oppressione, di tutte le coercizioni che vogliono ridurre l'uomo a una dimensione sola – quella dizôon politikón, l'animale politico, privandolo cosi di tutte le sue ricchezze, del suo pensiero metafisico e della sua sensibilita poetica –, che vogliono distruggere nell'uomo ogni elemento non animalesco, la sua neocorteccia, ridurlo a una bestia militante, all'uomoengagée unicamenteengagé, un animale folle, cieco, rabbioso. Giacché questo principio – che spesso, bisogna ammetterlo, anche noi sosteniamo –, in base al quale la letteratura deve essere impegnata o non e letteratura, evidenzia soltanto fino a che punto la politica e penetrata in tutti i pori della nostra vita e del nostro essere, invadendo ogni cosa come una palude, fino a che punto l'uomo sia diventato unidimensionale e povero di spirito, fino a che punto la poesia sia stata scon.tta e sia diventata un privilegio dei ricchi e dei «decadenti» – loro si possono permettere il lusso della poesia, mentre noialtri...
Ecco il pericolo che ci minaccia. Ma dobbiamo essere coscienti che la letteratura, la poesia sono una diga contro la barbarie, e che anche se la poesia forse non «nobilita i sensi», e comunque utile: da un senso alla vanita dell'esistenza.
Anche soltanto in virtu di questo fatto antropologico noi facciamo parte della stessa famiglia dei popoli europei, e dalla nostra tradizione, contemporaneamente giudaico-cristiana, bizantina e ottomana deriva un pari, se non maggiore, diritto di appartenenza a questa comunita culturale.
E in seguito, ma solo in seguito, sorgono i problemi
tecnici: la traduzione, i commenti, i riferimenti, i parallelismi, ecc. ecc... Perché tutto il resto altro non e che... letteratura.
(c) Danilo Kis Estate
(c) 2009 Adelphi Edizioni spa Milano