«Rasman morì schiacciato a terra dagli agenti»

di CLAUDIO ERNÈ


«A provocare la morte di Riccardo Rasman è stata la pressione esercitata da tre agenti di polizia per oltre cinque minuti e mezzo sul suo corpo riverso sul pavimento».
Lo scrive il giudice Enzo Truncellito nelle motivazioni della sentenza di condanna per omicidio colposo inflitta a Mauro Miraz, Maurizio Mis e Giuseppe De Biasi, in servizio sulle "volanti" della Questura. Tutti e tre gli agenti sono stati condannati a sei mesi di carcere col beneficio della condizionale nel processo con rito abbreviato conclusosi il 29 gennaio nell'aula del Gip. Le motivazioni che stanno alla base della decisione del magistrato sono state depositate ieri in cancelleria e la loro lettura per un verso conferma la ricostruzione effettuata dall'avvocato Giovanni Di Lullo, legale della famiglia del giovane rimasto ucciso; e nell'altro svela molti lati oscuri di questa tragica vicenda accaduta il 27 ottobre 2006 nello stabile di via Grego 38, a Borgo San Sergio. Quelle abitazioni sono conosciute in città come "le case dei puffi".
La morte di Riccardo Rasman - spiega il giudice Enzo Truncellito - è stata provocata dall'asfissia da posizione, diretta conseguenza del comportamento degli agenti di polizia. «Si deve contestare loro il comportamento tenuto quando ormai Rasman era stato messo nelle condizioni di non fare più male a nessuno, immobilizzato a terra, prono, con le braccia e le gambe legate. La colpa dei tre consiste nell'aver protratto la contenzione al suolo, esercitando per tanto tempo una pressione che si è rivelata fatale. Questo comportamento non è imposto e tantomeno previsto da alcuna norma, regolamento o manuale di addestramento delle forze di sicurezza. Ciò che è accaduto è inutile e ingiustificato. Un comportamento colposo».
Ma non basta. Il giudice spiega dove sta l'errore fatale commesso dai poliziotti. «Di fronte a una persona che aveva compiuto uno sforzo fisico enorme lottando come un leone contro quattro agenti, in certi momenti aiutati anche da alcuni vigili del fuoco, di fronte a una persona che aveva perso gran parte delle energie e che dimostrava di essere in fortissimo debito di ossigeno, respirando non notevole affanno, qualunque persona - e per maggior ragione dei poliziotti - doveva prevedere che tenerla premuta a terra per diversi minuti significava comprometterne la respirazione e infine la vita. Purtroppo gli stessi agenti, sfiniti anch'essi dalla colluttazione, non pensarono alle conseguenze della loro condotta, intenti nel non lasciarsi più sfuggire di mano colui che li aveva impegnati così duramente».
La sentenza fa luce anche sulla dinamica della tragedia innescata dall'irruzione nell'appartamento, determinata dal lancio di alcuni petardi in strada effettuata da Rasman e dalla richiesta telefonica di di intervento avanzata dagli altri abitanti dello stabile. Gli agenti erano riusciti a bloccare Rasman, immobilizzandolo sul letto. Sembrava finita, ma il giovane - che pesava 120 chili ed era assistito dal Centro di salute mentale di Domio- aveva tentato di impadronirsi della pistola di Mauro Miraz. Il tentativo era stato sventato dall'azione di un altro agente, Giuseppe De Biasi che aveva colpito con un tubo raccolto da terra la mano di Rasman. La mischia si era riaccesa e i «poliziotti sembravano aver ragione dell'uomo, in particolare dopo che Miraz gli aveva assestato alcuni pugni al volto, tanto che Francesca Gatti, l'agente di polizia assolta nel processo, era riuscita a mettergli una manetta al polso sinistro».
L'avvocato Giovanni Di Lullo - che ha rappresentato in giudizio il padre, la madre e la sorella del giovane ucciso - aveva puntato il dito accusatore anche contro l'irruzione nell'appartamento e contro l'ammannettamento. Ma il giudice ha respinto questa tesi, accogliendo - come dicevamo - solo quella della pressione esercitata dai tre poliziotti sul giovane già bloccato a terra. «Nessun rimprovero di natura penale può muoversi agli imputati per l'irruzione nell'alloggio e per l'ammanettamento. Quel che si deve contestare agli agenti è il comportamento adottato quando ormai Rasman era stato messo nelle condizioni di non far più male a nessuno».