Il mito di Tiberio Mitri rivive su Sky

di FULVIO TOFFOLI


ROMA A otto anni dalla morte, il mito di Tiberio Mitri rivive in un documentario "Trieste, un ring sull'Adriatico"di Renzo Carbonera, in onda oggi alle 21 su History Channel, nel quale la vicenda umana viene legata alla storia della Trieste del dopoguerra.
La giovinezza di Mitri - nato nel 1926 - coincise con le fasi finali della guerra e soprattutto con gli anni dell'amministrazione alleata, che durò fino al 1954. Il filmato, con splendide e rare immagini d'archivio, sottolinea la peculiarità della condizione della città, il clima d'euforia che si respirava in quella specie di fortino ultimo avamposto prima dell'impero comunista che era Trieste. Gli americani portarono il jazz, il cinema, il baseball, i blue jeans e parecchio benessere in anticipo sul boom del resto d'Italia.
In quel contesto, il giovane Tiberio, che non era propriamente un bravo ragazzo, dopo molte vicissitudini e mestieri, scopre il pugilato. E brucia le tappe. Nel 1948 è campione italiano, l'anno dopo europeo.
Paolo Buttazzoni, che fu il suo primo allenatore, intervistato nel filmato ricorda la potenza devastante del suo allievo, che fece volare i denti dell'avversario sul tavolo della giuria.
La maledizione arriva presto e ha l'aspetto di un angelo. Nel 1950 Tiberio s'innamora e sposa Miss Italia, la triestina Fulvia Franco, e come dono di nozze vuole la corona iridata. È una favola che fa impazzire le folle e vendere i giornali rosa. Una favola che finisce sul ring del Madison Square Garden quando Jack La Motta, il Toro del Bronx, cui Scorsese dedicherà uno dei suoi film più belli, spezza i sogni del campione triestino. A 24 anni, Mitri ha la tremenda e lucidissima consapevolezza che la sua vita abbia iniziato la discesa. Lo confessa lui stesso nell'autobiografia, "La botta in testa", ripubblicata da Limina editore tre anni fa.
Nella sua sconfitta sportiva c'entra la mafia, ma soprattutto l'accecante gelosia che da subito comincia a divorarlo, quando la sua giovane moglie manifesta l'intenzione di provare col cinema. Come da copione ci dà giù col bere e talvolta diventa violento. Il lungo addio con Fulvia viene sancito nel 1957 con la separazione legale. La sorella di Tiberio, Gianna, è convinta e lo dice anche nel documentario, che i due non smisero mai in fondo di amarsi.
Curiosamente le maggiori occasioni per diventare una star dello schermo le ebbe Tiberio, ma anche in questa occasione prese a calci la fortuna rifiutando il ruolo da protagonista nientemeno che in un film di Antonioni. Era "Il grido", ma ahimè la parte era quella di un marito tradito, una ferita che gli bruciava troppo. La sua bella faccia Mitri l'ha strapazzata con l'alcol e la droga, avrebbe potuto essere la risposta italiana a Paul Newman e Marlon Brando, e riuscì a spuntare solo ruoli di comparsa. Il suo film più bello lo hanno visto pochissimi. Era "Pugili", una ventina d'anni fa, di Lino Capolicchio, grande appassionato ed esperto di boxe, che del Mitri sportivo si era innamorato.
In fin dei conti anche nel documentario di stasera Tiberio Mitri rischia di essere percepito come un'ombra sullo sfondo di fatti storici talmente grandi e in grado di travolgerlo come lo travolse quel treno sui binari di una stazione romana nel 2001. "Trieste ha le sue peculiarità e non appartiene a nessuna nazione" dice a conclusione del documentario una delle tante mule che sposarono un americano e che dopo il 1954 si trasferirono nel nuovo mondo. Anche Mitri, l'angelo biondo caduto, non apparteneva né all'America né a Roma, ma solo a quella Trieste dove tornò solo per riposare per sempre.