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WILBUR SMITH: «L’AFRICA È LA MIA VITA» «E quel che scrivo nasce sempre da un ritorno»

ROMA «Ovunque io mi trovi, la mia mente è lì, in Africa. E’ in quelle luci violente, in quei colori accesi, in quei paesaggi. Sono proprio quelle luci, quei colori quei paesaggi a far nascere le mie storie, a narrarmele come una voce forte, continua, inesauribile». Così Wilbur Smith, uno dei più celebri romanzieri di oggi, settantaseienne nato in Rhodesia e vissuto in Sud Africa e in Europa, spiega l’origine delle sue opere. Smith è in Italia per presentare la sua ultima opera, “Il destino del cacciatore”, appena uscita da Longanesi.
A guardarlo, mentre lo incontriamo a Roma, Smith appare come un tranquillo professore anglosassone, un distinto signore appassionato di libri e di storie. I suoi occhi, quasi a dispetto, fuggono lontano: si posano appena sull’interlocutore e poi subito si volgono chissà dove, forse verso un viaggio nuovo, verso il pensiero ammaliante dell’Africa.
I suoi romanzi, Smith, hanno sempre al centro l’Africa. Vuol parlarci di questa sua passione?
«L’Africa è la mia vita. Non solo e non tanto perché ci sono nato. Ma perché è lo spazio entro il quale si muovono i miei pensieri, le mie emozioni, perfino le mie paure e le mie delusioni. Ma dirò di più, anche a costo di sembrare esagerato. L’Africa è la vita. Perché la vita, in Africa, si mostra nel suo aspetto più forte, immediato, libero. L’esistenza, lì, appare come è,senza filtri: vigorosa, feroce, splendida e terribile. Posso dire che ogni mia riga nasce da un ritorno in quel continente, da un’esplorazione accurata, precisa, dei luoghi, dei personaggi e delle situazioni che descrivo, senza lasciare nulla al caso, all’inesattezza».
In Africa ha dominato per secoli il colonialismo europeo. Cosa pensa di questo fenomeno storico?
«Non condanno il colonialismo. Certo, ha avuto momenti di brutalità disumana, ma, almeno quello inglese e francese, ha sicuramente meriti da non sottovalutare. Ha preservato le culture locali, i modi di vita, le tradizioni innestandole tuttavia in un sistema, in molti casi, ha salvaguardato la stessa sopravvivenza delle popolazioni: ha lasciato ciò che esisteva ma ha portato la medicina moderna, le tecniche di coltivazione, certi fondamentali elementi del diritto. Non è poco. A vedere certe situazioni dell’Africa attuale, non si può fare a meno di guardare al tempo coloniale con una certa, pur critica nostalgia».
Nei giorni scorsi il Presidente del Sudan Bashir è stato condannato dal Tribunale dell’Aja per le stragi in Darfur. Come valuta tale sentenza?
«Una sentenza giusta, opportuna, esemplare. Bashir incarna una tipica figura di dittatore africano. Nato poverissimo, ha trovato nella guerra il suo riscatto. Ha compiuto anche atti valorosi. Ha fatto un colpo di Stato senza spargimento di sangue. Poi, nel tempo, la guerra è diventata la sua ossessione, il suo delirio. Un vero e proprio maniacale compiacimento della violenza e del sangue. L’istinto più brutale, un tribalismo selvaggio e irrefrenabile è diventato sistema di governo, tirannia senza ragione e senza controllo. Il Darfur è solo uno degli aspetti della ferocia di Bashir. Quel che più sgomenta, è la pretesa di dare a tale disumanità una giustificazione religiosa, che ha fatto saldare pericolosamente il delirio sanguinario di Bashir all’estremismo islamico e ad Al Qaeda. Bin Laden forse non è più in Sudan, ma è anche grazie alla protezione e all’incolumità offerte da Bashir che ha potuto creare la più grande rete mondiale del terrore, quella che ha poortato all’11 settembre! Bashir non è solo, però…».
Cioè?
«Mi auguro che presto una sentenza esemplare del mondo condanni in modo ben più deciso di quanto fatto finora un altro tiranno megalomane e sanguinario quale Robert Mugabe, il padrone e devastatore dello Zimbabwe».
Torniamo ai suoi libri. Può raccontarci brevemente “Il destino del cacciatore”?
«Come si fa a raccontare un libro, tanto più un libro proprio? Si ha l’impressione di non poter dire niente, salvo il fatto di affidarsi totalmente a chi lo leggerà, a quei lettori che, prima e più dei critici, ritengo i veri giudici del mio lavoro. Comunque riprendo in quest’opera la mia vecchia saga delle famiglie Courtenay e Ballantine fra pericoli, tradimenti, specie quando Lord Courtenay, il protagonista, deve fronteggiare un complotto anglo britannico alla vigilia della Prima Guerra Mondiale. Ma basta, non so dire più nulla: mi piacerebbe però suggerire a chi legge le pagine sulla vita dei Masai: sono il frutto di un lavoro scrupoloso che mi ha richiesto anni, un lavoro dal cui fascino non riesco ancora a staccarmi…Ma mentre le dico questo so che sto già pensando ad altro, sta già nascendo una nuova storia, un’altra avventura. Ecco perché non so riassumere il mio libro».
Tommaso Debenedetti