L'arte dell'esistere secondo Gregory Bateson

di PIER ALDO ROVATTI


Il titolo del libro di Tiziano Possamairimanda esplicitamente a una della opere più belle di Gregory Bateson (in realtà, sua e di sua figlia Mary Catherine), "Dove gli angeli esitano". È il testo forse più affascinante di questo pensatore decisamente anomalo, e non avrei dubbi nel suggerire a chi volesse cominciare a leggere Bateson di partire da qui, per entrare in sintonia con lui: per capire che cos'è un sillogismo in erba, perché è opportuno procedere per storie che si incastrano l'una nell'altra, perché una parentesi e poi un gioco di parentesi possono aggiungere qualcosa alla conoscenza… Insomma per imparare un poco a "gregorizzare".
E a esitare. Esitare a buttarsi a capofitto nelle supposte verità e neppure cercarle come se si trattasse di una preda da possedere a tutti i costi. Al contrario, custodire quel bene che la nostra velocità e la velocità delle nostre macchine ci fanno scambiare per un disvalore, cioè la distanza dalle cose e dalla verità sulle cose, ma anche da noi stessi. Se ci avviciniamo troppo – sembra dire Bateson – il nostro occhio si inceppa e la nostra mente si inquina. Nel che si percepisce che il suo pensiero non è solo uno strumento per capire e comunicare meglio tra noi, ma anche una vera e propria arte di vivere. Perciò il lavoro di Bateson è una propedeutica filosofica salutare per tutti coloro che ricercano il sapere, compreso naturalmente quello scientifico. E perciò il suo pensiero anomalo, che non è un semplice pensiero, anziché invecchiare, acquista attualità e importanza giorno dopo giorno.
Oggi si gioca, infatti, una battaglia culturale molto aspra, spesso dissimulata, e non è detto che i sostenitori delle teorie (e delle etiche) dure abbiano già sbaragliato il campo, perché si fanno avanti anche modi di pensare che guardano soprattutto alle qualità della vita (una vita che si vorrebbe invece ossificata nelle biopolitiche), e se c'è qualcosa di nuovo in filosofia viene proprio da questa esigenza di uscire dai nostri recinti. Da cui si può evadere solo con equipaggiamenti leggeri, unico antidoto alla violenza delle sciabolate teoriche.
Nello zaino di questi navigatori a vista, che tutti noi oggi siamo, non avrei dubbi a infilare le opere di Bateson. Certo, possiamo leggerle alla rovescia, cercandovi le definizioni (come si è fatto e si fa), ma, se le leggiamo (e le ascoltiamo) dal loro verso, ci servono per ricominciare davvero a pensare. Ho avuto occasione di ipotizzare un ponte tra Bateson e il pensiero debole davanti a un pubblico un po' incredulo. Mi vien da pensare che tutte le ambiguità e incomprensioni suscitate da questo cosiddetto pensiero debole possano svanire quando ci rendiamo conto dell'ospitalità che Bateson offre al lettore (per esempio i suoi famosi "metaloghi"), se solo il lettore non si aggrappa con le unghie ai suoi pregiudizi e se smette per un momento di aver paura di rallentare il passo (e di guardare dove mette i piedi).
"Dove il pensiero esita"di Tiziano Possamai si sforza in tutti i modi di dircelo, andando al cuore di una questione, quella del "doppio vincolo", attraverso la quale Bateson è stato al tempo stesso riconosciuto e disconosciuto. Giustamente Possamai insiste su parole come ridefinizione e oltre, perché si rende conto che il disconoscimento consiste nell'atteggiamento di chi vuole immobilizzare Bateson in una definizione e dentro un confine. L'anomalia (il passare da un campo all'altro, il non farsi identificare in un'etichetta, un pensare e uno scrivere per analogie) sarebbe, così, finalmente ricondotta alla normalità: ecco l'oggetto teorico, ed ecco il soggetto del sapere con la sua giusta collocazione! Al contrario: è Bateson che ci spinge ad andare oltre, cominciando lui a cercare di andare ogni volta al di là di se stesso e invitando, di conseguenza e a suo spese, il lettore ad andare oltre Bateson, oltre le definizioni in cui lo ha già mentalmente rinchiuso.
Il disconoscimento dice: Bateson è l'autore di una teoria (discutibile) che ha il nome di doppio vincolo. Il riconoscimento dice invece: Bateson si sforza di farci vedere come sia lui stesso doppiovincolato, cioè preso nel gioco della sua supposta teoria, e si sforzi di indurre i suoi lettori a mettersi loro stessi in questa posizione, dentro una simile esperienza, che certo non sarà comoda ma altrettanto certamente promette di essere produttiva.
Produttiva di cosa? La risposta più chiara la trovo nel metalogo sulla serietà e sul gioco che possiamo leggere nell'Ecologia della mente. Come i bambini, noi maneggiamo dei cubi, facciamo delle costruzioni, anche stupefacenti, tenute insieme da una colla fortissima. Dobbiamo imparare ad attenuare la colla, a scioglierla un poco; solo così andremo avanti in quella che chiamiamo "vita". La serietà e il gioco stanno insieme (chiede alla fine la figlia al padre)? Sì e no, risponde Bateson. "Ma allora non lo sai?" Non lo so!
Che valore diamo a questo sorprendente "non lo so"? Può essere un punto per ripartire? A quali condizioni? Ecco il lascito filosofico, il lavoro che – se abbiamo orecchie per intendere – Bateson inizia e ci consegna come un possibile programma di vita e di civiltà.
A me pare che Possamai (il suo libro lo testimonia) abbia buone orecchie per ascoltare questo mònito paradossale, che ci mette letteralmente nei pasticci e fa scomparire, come in un gioco di prestigio, quella unità della verità cui siamo tanto attaccati. La fa sparire senza trascinarci in nessuna deriva relativistica, come oggi si dice. Anzi, indicandoci un'arte dell'esistere che non ha nulla a che fare con varianti del nichilismo. Dunque, tutti dovremmo chiederci come si fa ad abitare il doppio vincolo, o meglio i doppi vincoli che costituiscono l'ulteriorità, per dir così, della nostra esperienza e la sua apertura continua di senso.
Non è un caso che Tiziano Possamai, oltre a essere uno studioso e un ricercatore, abbia anche manifestato molto interesse per una filosofia che può tradursi in una "pratica filosofica" (insomma: che non se ne sta chiusa nella propria casa). La lezione di Bateson, a mio parere, porta proprio qui, cioè verso una comprensione del vivere quotidiano e della sua non cancellabile paradossalità.