ARCHIVIO il Piccolo dal 2003

«Io, giallista, perseguitato da un corvo»

di VEIT HEINICHEN


Questo non è un racconto ma una storia vera di un giallo irrisolto. E’ una vicenda paradossale che mi riguarda personalmente e anzi fa di me l’inevitabile co-protagonista. Una storia così lunga e inverosimile che diventerà il più pazzesco dei miei romanzi “triestini”. Gli ingredienti ci sono tutti: l’ombra di un ripugnante maniaco, una perfida accusa di un reato mai commesso, una rete scientifica di lettere anonime, una sistematica campagna di discredito per distruggere una persona e un’inchiesta giudiziaria contro l’ignoto e tenace autore di essa. Manca solo un tassello: la cattura del colpevole.
Tutto è cominciato il 5 gennaio 2008, con due telefonate anonime. Allora non potevo ancora sapere che si trattasse di una dichiarazione di guerra, ma non appena l'anonimo vigliacco si è rivelato essere un «serial writer» mi sono rivolto alla Procura che da ormai un anno sta indagando su di lui. Inevitabile la mia scelta iniziale di non parlarne, consigliata anche dagli inquirenti, per non intralciare le indagini. Così sono stato in silenzio per più di un anno. Ma ora è arrivato il momento di rendere tutto pubblico, perché ora tutto è cambiato e alla persecuzione di un singolo si è – nel mese di dicembre – affiancata una campagna politica che sembra viaggiare su un binario parallelo e coerente con la prima, in coincidenza con una campagna di diffamazione. Pensabile che esista un rapporto tra il primo e la seconda? Sono di fronte a un raffinato meccanismo a orologeria? Pare di sì. E’ ora di rompere ogni indugio e rendere pubblico cosa succede. Anche per evitare che questo nuovo “giallo” vi sia raccontato da altri. Per un romanziere non esiste scorno peggiore di vedersi rubare una storia. Specie se è una storia intrigante come questa.
Eccola dunque. Tre giorni dopo le telefonate arriva la prima posta di una lunga serie che non ha ancora trovato la sua fine. In decine e decine di lettere, se non in centinaia, un lurido anonimo getta su di me un’accusa infamante. La peggiore che esiste, questa: “Sono il padre separato di un bambino di sei anni e il mio lavoro mi porta a vivere spesso a Milano mentre mio figlio vive con la madre a Trieste, come stabilito dal giudice” e va avanti: “Heinichen è un pedofilo infame, ha abusato di mio figlio, lasciato temporaneamente a casa sua dalla madre, «amica di lunga data» dello “scrittore””. Scrive che «l’infame» sarebbe stato già processato in Germania per un reato analogo. Lì sarebbe stato assolto, ma che avrebbe perso la faccia: per questo sarebbe emigrato in Italia per nascondersi a Trieste, dove scrive «libri-marchetta», protetto da «circoli esclusivi cittadini», e dalla stampa locale che sostiene il suo lavoro e coprirà per sempre i suoi torbidi trascorsi. Messaggio chiaro: triestini, sappiate chi è lo scrittore tedesco che ospitate!
L’Ombra – chiamiamolo così - diffonde le sue bugie con sistematicità maniacale, con lettere mirate e diversificate. Testi al computer, in buste con indirizzo scritto a mano a stampatello. Le spedisce a istituzioni, associazioni culturali e sportive, ristoranti e bar, professionisti, librerie, viticoltori. E’ un grafomane professionista, ha tempo da spendere, forse non fa altro nella vita. Probabilmente è un solitario. Batte e inquina il mondo che frequento. Conosce perfettamente i miei ultimi libri, legge quotidianamente ogni riga de “Il Piccolo” e interviene con lettere tutte le volte che è annunciato un mio pubblico intervento. In più manda finte lettere mie solo per spargere l’argomento nel modo più efficace. E una volta si è già avvicinato a casa mia – nel buio della notte ovviamente perché vigliacco. Per altro offende i miei amici e le persone vicine con il chiaro obiettivo di seminare diffidenza tra di noi per separarci, manovra che non riesce.
Naturalmente l’Ombra, per rendere credibile il suo anonimato, deve spiegare come mai non mi ha denunciato alla polizia. Gioca abilmente un ipocrita vittimismo, da attore consumato. Scrive di voler evitare al figlioletto ulteriori vessazioni e umiliazioni e fa capire di essere un povero padre separato, senza soldi per una perizia di parte (che peraltro gli sarebbe dovuta in forma gratuita). Spiega infine di non godere, a differenza dello “scrittore” (si, lo scrive tra virgolette) tedesco, che sarei io, della protezione di santi in paradiso.
Cade in ripetute contraddizioni: il figlio di «sei anni», dopo pochi mesi diventa di «otto anni». Le vicende giudiziarie su una lettera sono degli anni Novanta, in altre lettere diventato degli anni Ottanta. Cita per nome un avvocato, anche lui rintracciabile in internet, che al tempo si era appena iscritto all’Università ed era ancora lontana dalla sua carriera. Il ragazzino avrebbe ripetuto al padre termini sessuali in lingua tedesca, che peraltro «non conosce». Ma non fa niente: sono quisquilie, di cui può accorgersi solo il diretto interessato. L’importante è che la calunnia cominci a circolare tra chi non sa. E difatti il malefico venticello circola.
Un giallista lo sa bene: chi è vittima di attacchi anonimi ha poche armi di autodifesa, e ogni tentativo di smentita può apparire un segno di cattiva coscienza. Figurarsi il silenzio: diventa ammissione di colpa, dell’arrendersi, di essere colpito e sconfitto. La denuncia per calunnia contro ignoti resta l’unico modo per certificare la propria innocenza, visto che il magistrato è obbligato a indagare sulla veridicità delle accuse al querelante. E’ esattamente ciò che ho fatto, ottenendo l’immediata certificazione dei miei trascorsi puliti. Ma è un accertamento che, a differenza della calunnia, resta confinato in un dossier. O per lo meno lo è rimasto fino a oggi che rendo pubblica questa storia. Ai magistrati, ai poliziotti della Squadra mobile, che stanno seguendo questo caso, va la mia riconoscenza, per l'impegno fino ad oggi profuso nella ricerca dell'identità dell'Ombra e per la solidarietà dimostratami.
Ma la mia innocenza non è l’elemento portante della storia. E’ l’identikit dell’Ombra che mi preme precisare. Lettera dopo lettera, ho ricostruito i suoi contorni e mi sembra di conoscerlo. Non è un semplice maniaco solitario. E’ uno che si muove in modo sistematico, per una guerra di lunga durata. Non è nemmeno un disperato che aggredisce, buca le gomme al nemico, si lascia travolgere dall’emozione e commette errori. Il Nostro è uno che dosa le energie, ha messo in piedi un «desk» per studiare la vittima, uno che cerca informazioni anche intime e naviga instancabilmente su Internet. Invia le sue lettere dalla città di Trieste, i ritmi della sua perfida attività sono concentrati nella maggior parte all’inizio e verso la metà dei vari mesi.
Dettaglio interessante: conosce benissimo la differenza tra diffamazione e minaccia, e non si azzarda mai a superare il confine della seconda. Usa termini da specialista come «incidente probatorio». Può essere un avvocato; oppure uno che gode di consulenza legale e dunque non è solo. Certamente è uno che ha esperienza diretta dei reati di cui parla. Nelle lettere emergono accenni a storie completamente fuori-circuito, come quella di tale Reimund Hubert, arrestato in Cambogia nel 2007 per pedofilia. O di Arnaldo Franceschino, ex-poliziotto ucciso a Trieste in circostanze equivoche parecchi anni fa.
Probabilmente ha tra i quaranta e i cinquantacinque anni ed è un maschio. Forse non ha nessun figlio, e nemmeno una famiglia che potrebbe interferire nel suo lavoro monomaniaco. E’ anche un uomo colto, che sa narrare. Usa termini ricercati come «meneghino» al posto di «milanese», il che esclude l’appartenenza a minoranze linguistiche. Ha un solo scopo nella vita, distruggermi. E’ a questa «mission» che dedica tutto il suo tempo.
Chiunque a questo punto si porrebbe due domande. Perché lo fa? Chi lo paga? E visto che so di avere inventato nei miei romanzi scomode controfigure di certi politici, altamente suscettibili, di Trieste, mi viene anche da chiedermi: esiste un legame tra i suddetti e l’Ombra? Certe affermazioni uscite dal consiglio comunale sembrano indicare che la diffamazione è andata a segno. Mi interrogo per esempio quando il sindaco dichiara che il sottoscritto dovrebbe spiegare, “come mai è venuto in Italia”. Oppure quando un consigliere di An mi accusa di sputare, io straniero, nel piatto dove mangio.
Persino l’idea di ripulire dalla mia presenza il Cda del GAL CARSO (Gruppo di azione locale per il rilancio del territorio), che per altro seguo senza indennità, pare essere suggerita dall'onnipresente Ombra che, in una delle sue infinite lettere, ha scritto alla Provincia la sua sorpresa e amarezza per la nomina di uno scrittore di «sciocchezze in serie», uno «sotto inchiesta giudiziaria per atti di pedofilia che è già stato processato a Francoforte». Siamo arrivati al punto che nella politica di Trieste si aggira un pazzo? Oppure, peggio ancora, il pazzo non è affatto un pazzo, ma uno che scrive sotto dettatura? La dettatura di chi?
Resta sempre la stessa domanda banale. Cosa c’è sotto? Da cosa nasce tanto inspiegabile accanimento? Non possono essere solo le pallide controfigure dei miei romanzi gialli. Chi lo sa. Magari sono certe indagini postume della mia creatura, il commissario Proteo Laurenti, ormai note in mezza Europa. Tutto è possibile. Magari è il libro «Le lunghe ombre della morte», dedicato a due omicidi - veri e irrisolti - degli Anni Settanta, dove Trieste appare snodo di confraternite segrete ed emissari del crimine internazionale. O è “I morti del Carso” che smaschera i falsificatori della Storia, “Morte in lista d’attesa” che, simultaneamente con Andrea Camilleri, svelava l’importanza della città per certi affari, come anche l’ultimo romanzo “Danza macabra”.
Sono molto curioso di sapere come continuerà questa storia, ora che la notizia dell’operazione diffamatoria è diventata di pubblico dominio e di conseguenza diventa nota anche la mia perfetta estraneità ai crimini e al fango che mi si vuol gettare addosso. Se l’Ombra continuerà a lavorare nonostante tutto, significa che lo scopo non è affatto quello di dimostrare la mia colpevolezza, ma di farmi emigrare da Trieste. Una Fatwa dunque. Ma allora voglio che si sappia chiaramente: se qualcuno vuole che me ne vada, costui non vedrà mai quel momento. Resto, per sua buona pace, testardamente aggrappato a questa terra e a questo mare – e continuerò nel mio lavoro per promuoverli nel resto del mondo come prima. Perché amo questa città e chi la abita.