Morta a Venezia Pia Fontana la scrittrice e drammaturga che amava Proust e Bernhard

VENEZIA Aveva conosciuto una relativa popolarità, Pia Fontana, la scrittrice friulana scomparsa a Venezia sabato scorso. E non è il caso, questo, di un omaggio reso a porre i sigilli, a chiudere ermeticamente un sarcofago. È, invece, auspicabile che il mondo dello spettacolo e delle belle lettere celebri Fontana con un battesimo, anziché con un funerale.
Nata a Sacile 64 anni fa, Pia si trasferì ben presto a Venezia, sede di vita e di lavoro. Ai più, forse, è nota per il «Premio Calvino», conquistato nel 1988 con «Spokane», una sorta di resoconto antropologico sulle difficoltà dei rapporti all'interno della famiglia. Argomenti, i suoi, che si ripetono in una precisa poetica di denuncia dell'ipocrisia, ma anche di analisi e riflessione sulle difficoltà dell'esistere.
Da «Spokane» a «Le ali di legno» (1995), «Andante Spianato» ('97) e altri, tutti editi da Marsilio – a parte l'ultimo mondadoriano del 2003, «Nessun Dio a separarci» –, Pia Fontana precisa le tematiche ricorrenti della sua opera: lo scorrere indolente del tempo, l'inerzia della provincia, il dibattersi nel vano tentativo di sfuggire alla banalità del luogo comune, la mancanza di dei e di eroi. Temi che si traducono anche nella nutrita opera teatrale. E forse, per alcuni, per la solita Italietta dedita alle divisioni ideologiche, lì dove «impegno» risuona come un edipico orologio letterario (da passaggio obbligatorio insomma), Pia Fontana non era abbastanza «impegnata».
Piuttosto snob, chiara ed elegante, non le interessava «partecipare», essere lì insomma, nei giri e nelle corti da cenacoli e tessere, «non battagliava per la sua opera – ricorda l'amico e regista Franco Però – investiva tutte le sue energie nella scrittura, preferiva lasciar perdere le prevaricazioni e questo atteggiamento infine l'ha penalizzata». Vero. Come è vero che dopo esserle stato annunciato il primo posto al Premio Flaiano per la sezione drammaturgica, la vittoria fu revocata con un motivo inesistente: «Aveva tutti i diritti di opporsi – continua Però – infatti il suo testo, "Il compleanno dell'imperatore", era piaciuto a tutta la giuria. Ma anche lì, preferì lasciar perdere. In questi casi, per sconfiggere l'amarezza, magari partiva per un viaggio e scriveva un nuovo romanzo». Amava Proust, infatti, e Bernhard. E la sua scrittura – elegante e crudelmente leggera – non a caso spesso è stata riferita a questi due maestri.
Nel teatro ha lavorato. tra gli altri, con Franco Però, Massimo De Francovich, Roberto Valerio, Elio De Capitani, Walter Manfrè. Leggerezza ironica, eleganza e discrezione fino alla fine: «Nessuno sapeva del suo male – conclude Però – è venuto a mancare un valido drammaturgo. Spero di mettere in scena qualcosa di Pia al più presto».
Mary B. Tolusso