E la «Difesa della razza» diffondeva in Italia il veleno del razzismo

Fa un certo effetto, oggi che la genetica ha spazzato via il concetto stesso di razza e nell'anno del doppio anniversario di Charles Darwin (200 anni dalla nascita, 150 dalla pubblicazione dell' "Origine delle specie"), leggere un libro che ci riporta a quando in Italia il dibattito culturale e scientifico si nutriva invece di razzismo antisemita. Il libro è "La Difesa della razza. Politica, ideologia e immagine del razzismo fascista" (Einaudi, pagg. 413, euro 34), scritto da Francesco Cassata, giovane storico dell'Università di Torino. A lui si devono già altri saggi su temi affini: un profilo del filosofo tradizionalista Julius Evola, una storia dell'eugenetica in Italia, un ritratto del demografo e statistico Corrado Gini, figura di spicco del "fascismo razionale" (ma l'anno scorso è uscito anche, da Bollati Boringhieri, il suo eccellente saggio "Le due scienze", che ricostruisce l'incredibile cecità con cui negli anni Cinquanta tanta parte dell'intellighenzia italiana di sinistra fece proprie le demenziali teorie genetiche di Lysenko, poi alla base del fallimento dell'agricoltura sovietica).
Qui Francesco Cassata ripercorre invece la storia del periodico "La Difesa della razza", un quindicinale di cui uscirono un po' più di cento numeri tra l'agosto del 1938 (e dunque all'indomani della pubblicazione del Manifesto della razza) e il giugno del 1943. Lo dirigeva Telesio Interlandi, giornalista siciliano, portavoce ufficioso di Mussolini, già direttore del quotidiano "Il Tevere" e della rivista "Quadrivio", nelle cui redazioni si erano formati quegli "antisemiti della penna" che poi collaborarono con la nuova pubblicazione.
Interlandi propugnava un razzismo "biologico" che rivendicava l'autorità scientifica in materia, e dunque in netta contrapposizione sia con la corrente di impronta esoterico-tradizionale che faceva capo a Giovanni Preziosi e Julius Evola, sia con quella nazionalista dell'endocrinologo Nicola Pende e del fisiologo Sabato Visco, entrambi tra i firmatari del Manifesto. Due tra i molti scienziati di rilievo che aderirono alle direttive del regime: medici, biologi, antropologi. Le diverse correnti si rincorrevano, s'intersecavano e a volte si opponevano l'una all'altra nelle pagine della rivista, uscita inizialmente con una tiratura di ben 140 mila copie, poi via via ridotte a 20 mila quando – con la guerra in corso – crollarono le entrate pubblicitarie.
Il lavoro di Cassata è puntiglioso, frutto di una imponente documentazione. Sottolinea come l'antisemitismo cospirazionista della "Difesa della razza" attinga largamente all'antigiudaismo di matrice cattolica, tendendo a dimostrare che le misure attuate dal fascismo contro gli ebrei non fanno altro che replicare le posizioni della Chiesa nel passato. E racconta tra l'altro nei dettagli le aspre polemiche che portarono al divorzio tra Evola e la rivista e il braccio di ferro tra il direttore Interlandi e Filippo Tommaso Marinetti a proposito dell'arte moderna (di cui il padre del futurismo escluse la matrice ebraica in quanto priva di "forza creativa").
C'è ancora un elemento che non va trascurato: quello iconografico. I fotomontaggi di copertina della "Difesa della razza" avevano una rozza efficacia che colpiva il bersaglio, mentre nelle illustrazioni interne si faceva ricorso agli stereotipi e ai pregiudizi caricaturali dell'ebreo (e dei neri africani) e ai connotati antigiudaici spesso presenti nell'arte religiosa. Codici ideologici che paiono funzionare tuttora.
Fabio Pagan