Alessandro Schwed: «Il negazionismo? Prolunga il nazismo»

Ci sono fatti d'attualità e questioni calde su cui risulta difficile ironizzare o lavorare di fantasia. Raccontare di chi "candidamente" nega la Shoah o divagare sulla drammatica situazione attuale dello Stato di Israele non è da tutti, si tratta di temi intoccabili dove è troppo facile scivolare nella retorica o nella faziosità: Alessandro Schwed affonda, invece, la sua penna in questi argomenti con una coraggiosa e vitale vena surreale e li trasforma in favole per adulti, a tratti esilaranti, a tratti spaventose.
Lo scrittore toscano, già firma storica della rivista satirica "Il Male", sarà ospite a Udine della manifestazione "La Shoah e oltre" organizzata dal Comune friulano e ideata e coordinata da Angela Felice: oggi alle 17 al Teatro Nuovo interverrà a un incontro a più voci sul tema della memoria e sul valore della parola scritta; domani alle 21 all'Auditorium Zanon il suo romanzo "Lo zio Coso" verrà proposto in forma di lettura scenica dal regista Alessandro Marinuzzi.
Nella "Scomparsa di Israele" (Mondadori) Schwed fa svolgere l'azione in un futuro paradossale in cui il Parlamento israeliano ha proclamato la fine del proprio Stato. Nel silenzio delle città che si svuotano, un cronista raccoglie i racconti di alcuni ex cittadini israeliani che tornano a essere senza patria.
«Ho scritto il romanzo - spiega Schwed - col sentimento dell'esodo e della separazione da persone e luoghi, temi molto legati agli ebrei. La memoria per me è una designazione metafisica del luogo in cui gli ebrei esistono. Gli ebrei sono uomini d'aria e anche quelli della diaspora continuano a vivere. Tutto ciò oggi è d'attualità: in Europa c'è di nuovo un antisemitismo pieno, dove la guerra di Gaza è una scusa, e ciò costringe gli ebrei a ritrovarsi nella memoria perché il loro luogo viene messo in forse come non avessero diritto ad avere una casa. L'Europa non può permettersi di essere antisemita: altrimenti il Giorno della Memoria non ha senso».
Al centro dei suoi romanzi stanno le amnesie personali e collettive, l'altra faccia della memoria...
«I miei romanzi sono un luogo dove si svolgono fatti terribilmente plausibili. Sono un'allegoria puntuale di ciò che sta accadendo: "Lo zio Coso", che parla di negazionismo, è uscito nel 2005 e quest'anno leggo che a Barcellona il Giorno della Memoria è stata disdetto per motivi economici...».
La manipolazione delle informazioni condiziona sia la cronaca che la Storia.
«Nei miei due libri il mondo ha dimenticato la stessa esistenza di Israele e le tragedie del '900. Nell'Europa di oggi il negazionismo prolunga il nazismo: c'è una distorsione delle notizie che arrivano dal Medio Oriente; Hamas e Al Jazeera, ad esempio, compiono un'operazione mediatica simile a quella dei nazisti. Qui non si tratta di criticare lo Stato di Israele, cosa che ho fatto spesso in passato, ma si nega la sua stessa esistenza».
Quali sono i suoi legami con la tradizione dell'umorismo ebraico?
«Sono fisiologici: quando tanti anni fa guardavo i film di Woody Allen trovavo una familiarità col suo modo di ridere e ironizzare e con la sua vena malinconica. Quell'umorismo lo conosco bene: è un modo di raccontare tradizionale ebraico, racconti umoristici che sono una difesa. Per me è un dato ancestrale: sono allenato al tragico per le parole di mio padre, che durante la guerra dormiva con la rivoltella vicino, e sono allenato a scherzare per abbassare la tensione».
"Lo zio Coso" verrà proposto lunedì sera come lettura scenica da Alessandro Marinuzzi. Cosa ne pensa dell'idea di questa trasformazione teatrale?
«Credo che in alcune parti sia un testo visionario. Io scrivo per far volare la scrittura, voglio sempre risuonare nella testa di chi legge. In questo il mio romanzo è simile a un copione teatrale, anche nelle parti di scrittura indiretta. Per me la parola ha un'importanza assoluta per cui il teatro è chiaro che può ben intervenire, specie con un regista come Marinuzzi».
Corrado Premuda