Philip Roth: «Finalmente la speranza»

di TOMMASO DEBENEDETTI


«Finalmente, la speranza». Con queste parole Philip Roth, uno dei massimi narratori americani viventi, autore di capolavori quali «Lamento di Portnoy», «Zuckerman scatenato» e , ultimo, «Il fantasma esce di scena», saluta l'insediamento di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. «Le confesserò: sono orgoglioso - ci dice Roth al telefono- perchè io sono stato fra i primi a crederci,anche se di riserve, all'inizio, ne avevo molte».
Adesso, spiega, quei dubbi sono superati, e il consenso verso il nuovo leader della più grande potenza mondiale è totale.
Lei, Roth, è sempre stato molto pessimista riguardo al futuro degli Usa e alle capacità della classe dirigente. Con Obama questo pessimismo appare superato...
«Mi è stato difficile abbandonare il mio abituale stato d'animo verso il potere, quel senso di rabbia, disincanto, amarezza che mi accompagnava ogni volta che mi trovavo a riflettere sulla politica. Poi, l'anno scorso, è successo qualcosa. Ho ascoltato i primi comizi di quel senatore afroamericano. Ho sentito che non era come gli altri. Volevo dire basta e invece seguitavo ad ascoltarlo. Così, senza volerlo e quasi ribellandomi a questa impressione, ho dovuto ammettere che le parole di Obama mi facevano bene, mi sollevavano. Sì, mi ridavano speranza».
A cosa è dovuto, secondo lei, il fascino di Obama che ha conquistato milioni di americani?
«Obama ha usato alcune parole chiave , cioè "speranza" e "cambiamento", ripetute e rimodulate all'infinito, e ciò è bastato a svegliare dal torpore, a scuotere un'America chiusa nella frustrazione e nell'angoscia, un'America che, dopo l'11 settembre 2001, persa la certezza della propria invulnerabilità, vegetava in un cupo guscio d'impotenza. Quelle parole, il ritmo perfetto, letterariamente impeccabile, dei discorsi di Obama, ha totalmente cambiato la coscienza americana, ha fatto riaggregare le masse laddove la nazione era immersa nell'individualismo e nell'egoismo, ha dato il piacere della discussione e del dibattito politico come non accadeva almeno dai tempi di Kennedy (e non certo con la stessa coralità). Non ha contato nulla, a mio avviso, il suo essere un nero, se non per il fatto che anche questo era un fatto nuovo, anche questo una spettacolare scommessa, quasi che Obama, con la sua stessa faccia, il suo stesso colore, non facesse altro che confermare la carica di novità e di inatteso scatenata dalle sue parole chiave, da "hope" e "change", speranza e cambiamento»..
Il nuovo Presidente si troverà ad affrontare una crisi economica drammatica. Ritiene che le sue proposte in materia siano valide?
«Qui un Presidente non prende decisioni fino al giorno esatto del suo insediamento. Fino ad allora può lanciare programmi, idee, annunci che però non hanno nulla a che fare con le decisioni operative. Sì, sono certo che Obama prenderà le decisioni giuste, anche perchè in economia la "speranza" e la fiducia che ne consegue sono essenziali».
Cosa farà, secondo lei, Obama in politica estera?
«Occorre superare in ogni modo l'era Bush con tutte le catastrofiche conseguenze che ha provocato. Abbiamo combattuto due guerre contro il terrorismo di Al Qaeda e Bin Laden ancora è libero e nascosto, l'Iraq è in piena guerra civile e in più è sorta, anche grazie alla scarsissima capacità di previsione degli esperti dell'Amministrazione, un regime come quello di Ahmadinejad in Iran che davvero può costituire una minaccia per il mondo e che già sta contribuendo a infiammare tutta l'area mediorientale. È ora di capire, e Obama saprà attuarlo nel tempo, che non è con le grandi e vuote operazioni militari che si riduce la conflittualità o si eliminano i rischi, ma con l'abilità della trattativa e la spiazzante intelligenza di proposte nuove. E poi, Obama dovrà e saprà coinvolgere nuovamente, e seriamente, l'Europa nelle grandi decisioni internazionali, cosa che Bush aveva fatto poco e in modo del tutto superficiale e ciò perchè l'Europa, da secoli abituata all'arte, della diplomazia e della trattativa, luogo per eccellenza della mediazione e ponte geografico perfetto fra Ovest e Oriente, Nord e Sud , ha un ruolo straordinario da giocare».
Cambierà con Obama la società americana?
«È già cambiata. C'è una crisi catastrofica e nessuno è davvero disperato. Io credo che quella speranza, quel cambiamento che il nuovo presidente va ripetendo come in una magica, persuasiva cantilena, siano già entrati nella mente di tutti. La rivoluzione più inattesa, strana e coinvolgente è cominciata. Il resto non lo sapiamo ancora».