I messaggi scritti che l'artista spediva a Malvina sono conservati da Richard Overstreet a Parigi

PARIGI Mignak, l'ultimo gatto di Leonor Fini, riposa indisturbato sul letto che è stato della sua padrona. Nella stanza accanto, vicino ai tavoli da lavoro dell'artista, ancora coi colori, le pitture e i pennelli, due profonde nicchie con lucernario sono completamente stipate fino al soffitto di libri, carte, lettere, fotografie. È l'Archivio Leonor Fini, un patrimonio vastissimo che racconta la storia dell'artista triestina ma che è anche una fonte inesauribile di aneddoti sulla cultura del Novecento.
Siamo in rue de La Vrillière, nel cuore di Parigi, nel primo arrondissement, tra il Palais-Royal e la place des Victories. Un posto centralissimo eppure risparmiato dalle orde di turisti. Questo è l'appartamento in cui Leonor Fini ha vissuto dal 1960 al 1996, anno della sua morte. Mignak, il gatto superstite, l'ha conosciuta per pochi mesi, ma con la sua aria placida e fiera sembra credersi il custode delle memorie dell'artista.
Il vero custode dell'Archivio, invece, è Richard Overstreet, fotografo e amico di Leonor Fini che conobbe nel '68 sul set del film «Di pari passo con l'amore e con la morte» di John Huston di cui lui era assistente; Leonor firmava i costumi. «Siamo diventati subito molto amici - dice Overstreet - a unirci è stata anche la passione per i gatti». E infatti «Miroir des chats» s'intitola il pregevole libro illustrato presentato qualche giorno fa a Parigi, la riedizione aggiornata e arricchita per i tipi dell'editore svizzero Slatkine di un progetto nato trent'anni fa dalla collaborazione di Fini e Overstreet: un volume tutto dedicato al mondo dei gatti di Leonor Fini, quelli protagonisti delle sue opere e quelli che vivevano con lei fotografati da Overstreet. «Leonor ci diceva spesso che se un giorno la casa avesse preso fuoco, lei avrebbe abbandonato senza pensarci tutti i suoi quadri per salvare anche solo uno dei suoi gatti, o anche uno solo dei loro baffi!».
La casa per fortuna è ancora intatta e conserva preziosi documenti e carteggi molto fitti oggetto di studio e di tesi di laurea. Sfogliando i pacchi di lettere, si ritrova la Leonor Fini intellettuale, in costante contatto con alcuni dei personaggi più interessanti dello scorso secolo: André Pieyre de Mandiargues, Max Ernst, Fabrizio Clerici (che arricchisce le lettere con straordinari disegni), Moravia, Fellini, Elsa Morante (che dedica a Leonor appassionate poesie).
Ma il carteggio più nutrito è quello tra l'artista e sua madre Malvina Braun che si scrivevano ogni giorno (anche più volte): più di cinquemila lettere tra Parigi e Trieste, conservate da entrambe, che coprono il periodo che va dal '31 al '71, cioè dall'anno in cui Leonor si trasferisce in Francia all'anno della morte di Malvina. A sua madre l'artista racconta tutto: i primi incontri con Max Ernst, Picasso e Dalì nel ‘31, i commenti di De Pisis ai suoi lavori («Vide ieri i miei quadri e disse che Campigli e Severini potrebbero leccarsi i gomiti se avessero le mie qualità in pittura. Severini non ha le basette, è piccolo, magro, con la sbessola», e ne fa anche un ironico ritratto), e in vista del mitico viaggio a Trieste nell'estate del '33 con Cartier-Bresson e Mandiargues le raccomanda: «Farai cucinare peperoni e pomodori ripieni e altre cose buone?». Parla di loro con ammirazione e simpatia pur non risparmiando alcune battute: «Vorrei che fossero meno timidi e mi comprassero uno due quadretti».
A Malvina scrive in italiano infarcendo però le lettere con espressioni tedesche e parole del dialetto triestino: «Domani torna la gitana che non mi ha ancora inzinganato»; «A Roma tutti passano il tempo a mangiare, io sbecolo soltanto»; «Trasportare la tela che mi donò De Pisis saran radeghi». Ai commenti personali si affiancano le questioni pratiche: Leonor, di nazionalità italiana ma nata a Buenos Aires, chiede alla madre di inviarle il documento che certifica la sua nazionalità per non avere problemi in Francia. E Malvina, dalle sue abitazioni triestine (prima via Torre Bianca, poi via Moisè Luzzatto, via Beccaria e infine l'Hotel Regina in via Filzi) aggiorna la figlia su parenti, amici e questioni varie: nel '69, alla vigilia del San Giusto d'Oro che quell'anno verrà assegnato a lei, le scrive: «Mario Nordio e altri giornalisti e scrittori si battono per te ma ben sai come vanno le cose quando c'entra l'invidia».
Per far luce sul periodo triestino di Leonor Fini e sui legami con Trieste, tutto sommato ancora poco approfonditi, di fondamentale aiuto sono anche le lettere di suo cugino Oscar De Mejo, pittore e musicista, nonché marito di Alida Valli. Da New York dove viveva scrive a Leonor nel ‘76 raccontando di un recente viaggio a Trieste: «Ho mangiato i miei adorati gnocchi di patate col vitello arrosto come facevano le nostre cucine di via Mazzini e via Torre Bianca. Naturalmente niente mi ha fatto più sentire del passaggio degli anni che la visita a Trieste». E di cucina i due cugini parlano spesso se qualche anno dopo De Mejo le riporta questo discorso d'infanzia: «E al suo cossa la ghe fa per zena? Ghe dago crauti, signora. Al mio ghe dago verze, che ghe piasi ‘ssai e ghe go anche fato una putiza». D'altra parte nella stanza di Leonor, tra i libri legati a Trieste che conservava a portata di mano, oltre alle poesie di Saba in francese, «Mito e realtà di Trieste» di Bettiza, «Italo Svevo et Trieste. Cahièrs pour un temps» e «Trieste un'identità di frontiera» di Magris-Ara, campeggia la «Cucina triestina» di Maria Stelvio con il segnalibro nella pagina su uova e frittate.
Molto tenera l'ultima lettera di De Mejo a Leonor, datata 1991, quando, entrambi anziani, le scrive: «Ho sognato l'ingresso della mia casa in via Mazzini 44. Io scendevo gli ultimi gradini e vidi entrare dalla strada due donne, nonna Emma e Malvina. Corsi a salutarle e dissi a Malvina: "Ho parlato ieri con Leonor...", fine del sogno», e a fianco lo illustra con un disegno.
Trieste emerge di continuo: nelle due mostre attualmente allestite a Parigi sono tanti i segni evidenti di questo legame. Alla Gallerie Minsky gestita da Arlette Souhami (amica e agente di Leonor per vent'anni) è esposto il quadro «Autoritratto: giovane e vecchia», una proiezione di se stessa nel futuro dipinta dall'artista nel '27 a Trieste, e al Museo Saint-Roche di Issoudun l'olio su tela «Il ritratto della triestina» (1925) precede la visita al favoloso Salon Art Nouveau che arredava la sua casa parigina e che ripropone lo stile Liberty con la nostalgia per gli interni della casa triestina dell'infanzia. Trieste che Leonor nel suo libro autobiografico »Le livre de Leonor Fini» (1975) definisce «una grande piccola città allargata dal vento e dal mare», e di cui racconta attraverso le immagini di ciò che da bambina la colpiva di più: i giganti Micheze e Jacheze, il cinema Eden con le sue statue, la sfinge di Miramare, il balcone della casa della nonna in viale XX Settembre.
«Mi piacerebbe - conclude Richard Overstreet che sta già pensando a nuovi progetti espositivi e editoriali sull'artista - che il carteggio con Malvina venisse riordinato e pubblicato». Per Trieste sarebbe una buona occasione per riappropriarsi di un personaggio di punta del suo Novecento, che in città ha vissuto per più di vent'anni e a cui è rimasta sempre legata. Ma bisogna affrettarsi: nel giro di dieci anni l'intero Archivio prenderà il volo per gli Stati Uniti per essere acquisito dall'Università di Yale e allora la consultazione sarà un po' più complicata.
Corrado Premuda