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La recessione affonda le Borse, giù euro e petrolio

MILANO I conti non tornano. I dati diffusi dalle aziende sono negativi, gli utili sono in calo e il petrolio va giù, perchè si teme una forte contrazione della domanda. I disoccupati crescono e, da ieri, si teme un’altra volta per l’Argentina che potrebbe finire ancora in default (era successo nel 2001). Per questo i Grandi della terra hanno deciso di incontrarsi a Washington il prossimo 15 novembre. Ci sarà ancora Bush ad attenderli anche se, per quella data, sarà già noto il nome del nuovo presidente. Ieri la portavoce della Casa Bianca ha spiegato che il vertice avrà lo scopo di «esaminare i progressi fatti per fronteggiare l’attuale crisi finanziaria, capirne le cause e, per evitare che si ripeta, concordare una riforma delle regole». Inoltre ha elogiato il governatore di Bankitalia, Draghi, «per il lavoro fatto alla guida del Forum per la Stabilità finanziaria», sottolineando che sarà una base importante per i prossimi colloqui.
Le Borse a picco. Per ora i mercati non danno grande importante al summit. Due settimane fa, sulle decisioni prese in aiuto al sistema bancario e creditizio, le Borse erano salite, ma adesso serve ben altro. I dati trimestrali delle imprese americane sono tutti negativi: su 49 società che hanno pubblicao i conti, il 45% ha annunciato dati inferiori alle attese. Ieri la banca Wachovia ha comunicato una perdita, nel terzo trimestre, di 23,7 miliardi di dollari. Le richieste settimanali di mutui sono scese del 16,6% e il petrolio è scivolato del 5,64% a 68,11 dollari al barile. Però la notizia peggiore arriva dall’Argentina dove il governo ha annunciato la nazionalizzazione dei fondi pensionistici privati, con asset per 29 miliardi di dollari.
Dunque non c’è più moneta in cassa? Per questo il costo per proteggere l’Argentina dal rischio-default è salito al 32% e i rendimenti dei bond sono schizzati all’insù. Naturalmente è crollata la Borsa, con forti ripercussioni anche in Europa per le società che hanno affari nel grande Paese sudamericano. Giù la spagnola Rapsol (petrolio) del 15%, giù Telefonica (-9%) e giù il Banco Santander. In Piazza Affari sospese al ribasso le azioni Tenaris perchè la multinazionale italiana ha grandi affari in Argentina dove è anche quotata in Borsa (e ha ceduto il 9%).
In chiusura di giornata, Milano ha cedo il 3,57%, meglio di Parigi (-5,10%), Londra (-5,46%) e Francoforte (-4,46%). A New York Dow Jones finisce -5,69% e Nasdaq a -4,77%. Tokio i mattinata aveva perso il 6,79%. In Ungheria, invece, la Banca centrale ha alzato i tassi di 3 punti, dall’8,5% all’11,5% nel tentativo di rivalutare il fiorino finito sotto l’assedio della speculazione. In Piazza Affari il calo del greggo ha trascinato al ribasso Saipem (-6,21%) ed Eni (-2,94%). Finmeccanica (-11%) si allinea al prezzo dell’aumento di capitale. Le parole di Berlusconi, che parla della necessità di un aumento di capitale per altre due o tre banche, non fanno bene al settore (Unicredit -7,3% e Intesa -3,2%) perchè non sono momenti per chiedere denaro agli azionisti.
Scivola l’euro. In forte calo il valore dell’euro sul dollaro. La moneta europea è scambiata a 1,2747, il minimo dal novembre 2006. I mercati, infatti, pensano che la Bce dovrà tagliare i tassi (e quindi i rendimenti sui titoli) per far ripartire l’economia. Prosegue la discesa dei tassi interbancari, e dopo il calo del tasso trimestrale in euro sotto il 5%, che fa sperare chi ha un mutuo a tasso variabile, ora è la volta dei tassi in dollari. Le banche, insomma, tornano, sia pure timidamente, a prestarsi soldi fra loro. Merito delle misure intraprese dalla Federal Reserve, che ha rafforzato il proprio intervento a sostegno dei fondi comuni che investono in liquidità, alle prese con richieste di riscatto da parte dei propri investitori che, a settembre, hanno raggiunto la cifra ragguardevole di 500 miliardi di dollari.
Il summit G20. Gli Stati Uniti hanno annunciato ieri che il vertice mondiale per discutere la crisi economica si terrà il 15 novembre nell'area di Washington con il formato del G-20 con l'obiettivo di «esaminare i progressi fatti per fronteggiare l'attuale crisi finanziaria» nonchè per «approfondire una comprensione comune delle sue cause». Il vertice è stato voluto con forza da alcuni paesi europei e la Casa Bianca, dopo qualche resistenza, ha accettato l'idea anche se la riunione cadrà quando l'America avrà già un presidente eletto, fatto destinato a condizionare l'operato del presidente George W. Bush che, formalmente, sarà al timone ancora fino al 20 gennaio. La Casa Bianca non ha saputo dire ieri se al vertice prenderà parte anche il presidente eletto. La Casa Bianca ha spiegato ieri il criterio seguito per gli inviti. Alcuni paesi, come la Spagna, hanno già protestato con vigore per un meccanismo che la esclude. «Abbiamo deciso di seguire un modello già esistente, quello del G20, sorto dopo la crisi economica del 1999 - ha spiegato oggi Tony Fratto - È un modello che include anche importanti paesi emergenti e quindi ci sembra adatto per una crisi che ha implicazioni globali».
L'invito per il summit è stato inviato a 19 paesi - Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Indonesia, Italia, Giappone, Corea del Sud, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Turchia, Regno Unito, Stati Uniti - più l'Unione Europea. Saranno inoltre presenti i responsabili di quattro istituzioni: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, le Nazioni Unite e il Forum di Stabilità Finanziaria (che è guidato da Mario Draghi).

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