Lella Costa e Paolo Fresu portano in scena il concerto che aprì le porte del manicomio

Anticipiamo parte del testo dello spettacolo teatrale con Lella Costa e Paolo Fresu che debutta oggi, alle 21, al Teatro Sloveno di Trieste.

C'è stata molta musica nel parco dell'ospedale psichiatrico di Trieste negli anni del grande cambiamento. Molti concerti: gli Area, Gino Paoli che suonò nel teatrino del manicomio il giorno del suo 40esimo compleanno e da allora è tornato molte volte, Giorgio Gaslini una sera di settembre, poi Franco Battiato, poi a novembre il primo spettacolo di Dario Fo.
Ma il primo concerto importante fu a fine maggio del '74, quando nel parco di San Giovanni, manicomio di Trieste, suonò Ornette Coleman. Lui se lo ricorda ancora benissimo. «It was really very unique, molto speciale. Non mi ero mai trovato in un ambiente così particolare. Non avevamo la minima idea di chi potesse esserci in quell'ospedale, ci siamo trovati fra tanta gente di tutti i tipi e certo non avresti potuto dire, guardandoli in faccia, questo è malato e questo no».
Coleman in quartetto, in manicomio: un'idea nata con il Club triestino degli Amici del jazz. Il tramite un personaggio straordinario, un pittore olandese che Coleman ricorda come «un uomo grande e grosso che viveva in barca, un artista molto bravo che faceva quadri sempre non più grandi di un foglio A4». L'Olandese grande e grosso, forse volante, racconta a Coleman di aver incontrato in manicomio artisti di valore e persone interessanti, sono quelli del «Laboratorio P». È un reparto appena svuotato dove operatori, ricoverati, teatranti, pittori e scultori guidati da Giuliano Scabia e Vittorio Basaglia «fanno cose». Oggi si direbbe «creano eventi». Ma allora era diverso.
«Quando l'olandese mi ha proposto di andare a suonare lì, mi sono detto: "Si può fare! Magari si può fare qualcosa di buono, perché la musica fa sentire meglio. E ho accettato».
«In realtà non immaginavo affatto la situazione in cui poi ci siamo trovati». Nel prato del campo sportivo, circondato dai reparti «non c'era un vero palco, solo una pedana e noi suonavamo con la gente che andava e veniva intorno e vicino a noi, con l'aria di pensare vediamo chi sono questi artisti, cosa fanno. Era davvero molto bello, erareal audience, un vero pubblico che si muoveva in modo consapevole, attento, coinvolto. Poi è venuta fuori quella signora, di lato rispetto a noi, dall'ombra, senza che nessuno la controllasse, suonando la fisarmonica. Si muoveva in modo molto tranquillo, convinta che non ci fosse nulla di sbagliato in quello che stava facendo, quasi professionale, suonava qualcosa che mi sembrò una canzone popolare. Mi ricordo che ho pensato questa è musica,let's join her, andiamole dietro, e così abbiamo cominciato a suonare ciò che suonava lei».
Quella signora che è salita sul palco con la fisarmonica si chiama Rosetta. Ha una cinquantina d'anni, più di 20 passati in manicomio. Cantava con una bella voce da soprano e la si vedeva spesso passeggiare nei viali del manicomio e per il quartiere suonando la fisarmonica o l'armonica a bocca. Nei mesi del laboratorio «P», Rosetta, era stata una protagonista: aveva raccontato lei la storia del cavallo Marco che tirava il carretto con la biancheria sporca dei reparti, e da lì era nato il cavallo azzurro che poi ha girato il mondo, con una canzone composta da Rosetta insieme con Giuliano Scabia.
Gli operatori dell'ospedale sono un po' preoccupati. Racconta Maria Grazia Giannichedda: «Noi che volevamo creare "incontri ravvicinati" tememmo di aver osato troppo nel non volere nessuna mediazione, nessun controllo psichiatrico in quello spazio dentro il manicomio che volevamo fuori dalle sue regole».
Ornette Coleman è meno preoccupato. «Io mi sentivo molto bene, molto normale in quella situazione un po' da fantascienza, e così la cosa ha funzionato. Ricordo che abbiamo suonato almeno un'ora e mezzo, più del solito, mi piaceva quel clima di libertà, questo essere liberi, tutti, in qualunque condizione si fosse. Lo so che all'indomani ognuno sarebbe ritornato al suo posto, ma in quel particolare momento era evidente che eravamo tutti normali in quella situazione così speciale. Questo la musica può farlo, io credo chesound is the science of feeling, la scienza del sentire. Credo davvero che ho capito delle cose di me stesso quella volta. All'epoca, ero anch'io molto matto, poi sono diventato più maturo, ho capito anche su di me che la musica fa bene. Mi pare che proprio poco dopo Trieste sono stato in Marocco, dove ho incontrato i musicisti Joujouka, un gruppo che mi ha impressionato molto, che usava una musica antica che cura la follia, e io credo che questo sia possibile». Coleman ricorda anche un concerto al Paolo Pini, il grande manicomio di Milano. «Credo che quel concerto fu prima di Trieste, ma era un'altra cosa, lì io ho suonato per i medici, c'erano file di medici e file di malati, composti e seduti, tutto molto controllato e usuale, un concerto di beneficenza come mi è capitato altre volte».
Ornette Coleman, oggi ha 78 anni ed è un musicista celebrato che non smette di sperimentare. La signora Rosetta vive in un appartamento nel parco di San Giovanni con alcune signore sue coetanee.
L'ingresso a quel concerto con Orette Colemann, Norris «Sirone» Jones al contrabbasso, James Ulmer alla chitarra elettrica, Billy Higgins, alla batteria e l'intervento straordinario di Rosetta Loiacono alla fisarmonica era a offerta libera. Fu un grande successo di pubblico ma non si riuscì a tirare su la cifra che serviva a pagare le spese, 180 mila lire.