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Sei sconti di pena: così lo squartatore di S. Giacomo verrà rimesso in libertà

di CLAUDIO ERNE’


Sconti pena, l’indulto, la buona condotta ma anche una notevole dose di fortuna spesso negata ad altri detenuti.
Roberto Ruzzier che a Trieste molti continuano a definire «lo squartatore di San Giacomo», entro l’autunno sarà libero dopo aver scontato per l’omicidio premeditato del suo amico Fulvio Schiavon solo 9 dei 14 anni di carcere che gli sono stati inflitti dai giudici.
Un risultato al di là di ogni più rosea previsione dei difensori se si pensa che nella prima fase dell’inchiesta il pm Raffaele Tito non aveva fatto mistero che per l’efferatezza dell’omicidio si sarebbe battuto per il massimo della pena prevista dal nostro ordinamento. In sintesi l’ergastolo.
Questa ipotesi si è però sfaldata in breve tempo grazie all’applicazione di alcuni provvedimenti di legge. Tutto regolare ma nell’alveo di una inveterata tradizione nazionale. Ma a molti oggi appare per lo meno inquietante poter incontrare a San Giacomo o in qualche altra via cittadina, un uomo che ha ucciso premeditatamente l’amico dopo averlo attirato nel proprio appartamento di via dei Montecchi 9. Lì lo ha colpito con una stilettata alla nuca e con altre 17 coltellate al dorso e al torace. Poi ne ha smembrato il corpo, usando una sega, una scure, alcuni coltelli e un trinciapolli. Per ricomporlo il medico legale Fulvio Costantinides aveva lavorato nel novembre 1999 sul tavolo dell’obitorio per più di 12 ore.
Tutto questi dettagli di uno dei più efferati omicidi commessi a Trieste ora sembrano non contano più. Sono chiusi nella carte destinate all’archivio. Dalle stesse «carte» emerge anche la buona stella di Roberto Ruzzier, una stella che aveva iniziato a brillare per lui ancora prima che uccidesse Fulvio Schiavon. Il primo colpo di fortuna è targato Giovanni Maria Flick, il ministro della Giustizia che sono nove mesi prima del 7 novembre 1999, la domenica del delitto, cancellò dal nuovo Codice di procedura la norma che imponeva l’assenso della Procura per essere ammessi al rito abbreviato e ai relativi sconti di pena. Con l’intervento correttivo del ministro l’assenso della Procura non servì più. Era ed è sufficiente che il difensore lo chiedesse. Questo ha evitato a Roberto Ruzzier sia il processo in Corte d’assise, sia di dover sentire in aula la parola ergastolo. Il pm Raffaele Tito aveva giocoforza chiesto per lui 30 anni di carcere, il massimo previsto nel rito abbreviato. Ed è stato questo il primo colpo di fortuna dell’imputato.
Il secondo e il terzo sono invece rappresentati dal gran lavoro svolto dagli avvocati Roberto Maniacco e Giovanni Di Lullo. In primo grado hanno ottenuto una pena mite, 18 anni di carcere. In appello il loro lavoro è stato ancora più accurato. Con un blitz tenuto segreto alla famiglia dell’ucciso hanno ottenuto dalla Procura generale di Trieste di patteggiare l’entità della pena, rinunciando alla discussione dell’appello. La condanna di Ruzzier è stata così «limata» di altri quattro anni. Da 18 a 14. Oggi con l’applicazione delle nuove norme del Pacchetto sicurezza questa strada non è più percorribile.
Il quinto colpo di fortuna è rappresentato dall’indulto varato dalle forze politiche nell’estate di due anni fa. Tre anni di ulteriore sconto con conseguente riduzione di pena a 11 anni. Il sesto colpo Roberto Ruzzier lo ha costruito da solo con la «buona condotta» tenuta sempre in cella. Ogni sei mesi gli sono valsi 45 giorni di ulteriore sconto di pena. I conti sono presto fatti. Entro l’autunno uscirà per sempre dal carcere di Torino. Libero. Potrà rientrare a Trieste o ricostruirsi altrove una vita. Sarà anche difficile riconoscerlo. Di lui è moto un solo ritratto, una vecchia fototessera. Altre non sono disponibili perché nei vari processi ha sempre nascosto il volto. Con le mani o col maglione.