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Roveredo: «Tante donne mi hanno salvato»

TRIESTE Con la poesia è più semplice. Se riusciamo a entrare nel verso, se percepiamo il suo ritmo, se lo avvertiamo davvero, vuol dire immedesimarci con esso, accettare che ci conduca. Non stona allora la narrativa di Pino Roveredo, ospite lunedì sera ad Androna degli Orti, all’interno della rassegna poetica «Residenze estive», conclusasi ieri. Non stona, perché quella di Roveredo è una sorta di prosa poetica, sostenuta da quella stessa verità detta con franchezza e che tutti noi – anche i poeti quando non scrivono – dobbiamo dimenticare per usare significati più convenzionali, per essere aristotelici animali sociali. Mettere insieme poesia e narrativa è stato quest’anno il fil rouge dell’iniziativa diretta da Gabriella Musetti: il giallo di Loriano Macchiavelli con la poesia di Isabella Panfido, Alberto Bertoni e molti altri, sino alle eleganti, precise planimetrie botaniche di Biancamaria Frabotta, i viaggi introspettivi di Bianca Garavelli, le cadenze pop di Velvet Afri. E infine Pino Roveredo.
Dopo «Mandami a dire» (Premio Campiello 2005), con «Caracreatura» (Bompiani 2007) siamo di fronte a una scrittura insidiosamente denudata, tra abbandoni e «assenze». Quella di Roveredo è una voce anche femminile, come osservano Gabriella Musetti e lo stesso autore: «sono molte le donne che mi hanno salvato. Cecilia, Marietta, Marisa e le madri coraggio e le altre ancora, le donne madonne, le martiri che hanno figli con problemi di tossicodipendenza, come Marina, la protagonista del romanzo». Ma è anche vero che quella dell’autore triestino, e qui forse artisticamente è un merito ancora tutto maschile, è una scrittura di carattere, senza «mediazioni».
Molti con la lingua preferiscono non avere guai, si tengono la propria. Insomma c’è ancora molta retorica al femminile in giro. Ecco allora lo straordinario e originale sguardo di una donna monologante e diretta, priva di ipocrisie: «è una madre che si sfoga e parla a se stessa», afferma lo scrittore.
Per questo nell’arte il linguaggio si deve rileggere, posti di fronte al momento in cui ciò che diamo per scontato viene ricreato. Lì dove tutto può accadere si resiste poco e in pochi e la scrittura potrebbe metaforicamente assomigliare alle zone d’ombra di un carcere o di un manicomio, campi di battaglia che il Nostro conosce e di cui ha scritto le opprimenti sfide.
E poi c’è la speranza, sottolinea Musetti, tema che prende corpo soprattutto alla fine del romanzo («Caracreatura» è stato adottato in molte scuole come libro di testo). «È una cosa personale – risponde Roveredo – lo dico con grande umiltà: negli anni ’70 ero stato giudicato un individuo irrecuperabile. In realtà ci sono ragazzi che si salvano continuamente. La speranza non è un pensiero astratto, ma un fatto concreto».
Mary B. Tolusso