23 marzo 2008 —
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sezione: Attualità
ROMA Pechino risponde duramente allappello di Nancy Pelosi per uninchiesta internazionale sulla repressione cinese in Tibet e affida le sue accuse agli organi di stampa.
In un comunicato del Ministero degli Esteri, il portavoce del dicastero ha affermato che ogni appoggio dato alla «cricca del Dalai Lama» viola «tutti i principi delle relazioni internazionali». La Cina «schiaccerà con forza» tutte le «iniziative dei secessionisti», tuonava ieri un editoriale sul Quotidiano del Popolo, ripreso dai principali giornali ufficiali, aggiungendo «dobbiamo capire le intenzioni delle forze del male secessioniste, mantenere alta la bandiera della stabilità sociale e reprimere in modo fermo la cospirazione delle forze indipendentiste tibetane».
Una reazione decisa, diretta anche ai numerosi appelli alla moderazione che arrivano dalla comunità internazionale. Dopo gli Stati Uniti anche il Giappone, lUnione Europea e il Canada hanno chiesto a Pechino di scegliere la via del dialogo con Dalai Lama. Un appello al dialogo e allapertura del Tibet ai media stranieri e agli inquirenti dellOnu per «esaminare la dinamica dei disordini» e «accertare il numero delle vittime» è arrivato anche da un gruppo di intellettuali dissidenti cinesi.
«Pensiamo che occorra eliminare le animosità fra han e tibetani e avviare una riconciliazione nazionale» recita la lettera inviata ieri anche alle agenzie straniere. «Esortiamo pertanto i dirigenti del paese a tenere un dialogo diretto con il Dalai Lama». Ma Pechino sembra non avere orecchie per sentire e si arrocca su una posizione tuttaltro che conciliatoria, continuando ad accusare il Dalai Lama di aver orchestrato le proteste per boicottare le Olimpiadi.
Il Beijing Times riportava ieri il numero delle ambasciate e dei consolati presi dassalto dai manifetsanti filo-tibetani: diciassette tra Stati Uniti, Europa, Australia e India. Contro la minaccia dellestensione delle proteste nella regione nordoccidentale dello Xinjiang, il sito ufficiale di news dello Xinjiang ha pubblicato un commento secondo cui «di qualsiasi indipendenza si tratti, del Tibet, dello Xinjiang, o di Taiwan, lobiettivo degli agitatori è sempre lo stesso, quello di creare caos e di dividere la madrepatria».
Mentre continuano a circolare le foto di 21 ricercati accusati di aver partecipato alle violenze dei giorni scorsi a Lhasa, il Tibet Daily ha fatto sapere che «gli organi di sicurezza di Lhasa hanno già rilasciato alcuni manifestanti» e che «queste persone sono molto grate alla politica clemente del Partito e del governo», riportando anche una «confessione» di un rivoltoso pentito e poi rilasciato. La propaganda anti-tibetana passa anche attraverso il bilancio a senso unico degli scontri. Ieri lagenzia di stampa ufficiale Xinhua ha fornito nuove cifre riguardo alle vittime e ai danni materiali degli scontri: sarebbero 19 le persone «arse vive o massacrate» e 382 i feriti, mentre i danni alle propietà ammonterebbero a 35 milioni di dollari. Secondo le fonti del governo tibetano in esilio, invece, il numero delle vittime degli scontri con la polizia, che in più occasioni ha sparato sulla folla, ha ormai superato da giorni la quota di cento.
Londra, Marsiglia, Ginevra e Tokyo, intanto, sono stati ieri i centri delle proteste anti cinesi in difesa del Tibet. Nella capitale britannica centinaia di persone si sono radunate davanti all'ambasciata cinese intonando l'inno nazionale tibetano. Il raduno, organizzato dalla 'Campagna per un Tibet liberò, aveva l'obiettivo di protestare contro la richiesta del «Quotidiano del popolo», «schiacciare con fermezza» la protesta tibetana.
A Marsiglia circa 1.000 persone sono sfilate in strada per chiedere l'annullamento della cerimonia organizzata il 7 aprile a Parigi per il passaggio della torcia olimpica, diretta a Pechino A Ginevra circa 300 persone hanno dimostrato davanti alla sede delle Nazioni Unite per protestare contro la sanguinosa repressione cinese in Tibet. I dimostranti hanno condannato il velo di silenzio calato sulla crisi di Lhasa e hanno sollecitato un intervento del Consiglio dei diritti umani dell'Onu, che ha sede nella capoluogo elvetico.