Dalila Di Lazzaro: «Mi regalarono una Ferrari e la vendetti per aprire un negozio a mia sorella»

di Sergio Buonadonna

«Sono un fiore di cristallo» dice di sé Dalila Di Lazzaro. 55 anni, un passato da sex symbol del cinema italiano, esordio folgorante nel 1976 in «Oh Serafina!» di Lattuada, da dieci anni ha dovuto lasciare il set a causa di due gravi incidenti, che le hanno distrutto la prima vertebra della spina dorsale. Dai cinque minuti dei primi tempi ora riesce a stare in piedi due ore al giorno. Il resto a letto o su un sofa nella sua calda casa milanese assistita amorevolmente da un magnifico Labrador e da un gatto paziente. Ascolta musica, vede la tivù e scrive riguardando il suo passato: fama, amori, disillusioni, dolori, la tragica morte nel 1991 del figlio Christian, avuto a 16 anni, la battaglia (persa) per le adozioni da single, quella epica contro la malasanità, da lei vissuta in prima persona da cittadina offesa.
Ne aveva fatto tema del suo primo libro «Il mio cielo» (80 mila copie vendute). Adesso c'è tornata con «L'angelo della mia vita. Piccoli miracoli intorno a me» (Piemme, pagg. 207, euro 13,50). Lo ha curato la giornalista Alessandra Beltrame, caposervizio di «Confidenze» e come lei udinese. «Con Alessandra ho lavorato bene, mi ha aiutato a superare lo stato di infelicità in cui mi trovavo. Era come se non mi sentissi libera e anche gli argomenti non erano così facili da raccontare».
Ancora una volta ha puntato sulla sua battaglia civile contro il dolore cronico.
«Negli ospedali italiani non c'è un solo reparto per il dolore cronico. La medicina fa passi da gigante ma non per chi è destinato a vivere con il dolore. Così da dieci anni sto a letto. Terrificante».
Quanti l'hanno presa solo per una diva capricciosa?
«Lo hanno fatto con me e tanti degenti che ho visto maltrattati o trattati con indifferenza. Ho conosciuto medici e terapisti che promettevano miracoli, ma erano imbroglioni quando non maniaci che volevano mettermi le mani addosso».
Cosa l'ha ferita di più?
«Le Assicurazioni che pigliano tutto per colpo di frusta e pretendono di darti una miseria quando finalmente si decidono a pagare. Io non lavoro più e mi hanno liquidata con 1200 euro. Se non avessi avuto la carriera, potevo spararmi un colpo in testa».
La sua notorietà le ha fatto sentire la responsabilità di parlare anche per chi non avrebbe potuto?
«Sicuramente, ma per le adozioni non m'aspetto più nulla. Non ho più l'età. Per la terapia del dolore bisogna lottare ancora. Vorrei lanciare un Telethon per la ricerca».
Nel libro parla della morte di suo figlio e del modo in cui lo sente manifestarsi. Perché?
«Per tutte quelle mamme che il sabato sera improvvisamente si trovano spiazzate, distrutte da ciò che non ti aspetti: la morte violenta di un figlio com'è successo a me. Racconto fenomeni che io stessa dico inspiegabili. Segni di mio figlio che per un periodo ho trovato dovunque andassi: le immagini di piccoli cuori che Christian mi mandava e che mi danno tanta speranza. Però solo la fede crede nei miracoli. Io no, mi sento molto concreta, non cedo facilmente tranne che ai giocolieri d'amore. Che mi hanno incantata e fregata sempre».
Lei non conosce la parola resa?
«Tranne che con gli uomini e l'amore che ha avuto così tanta importanza nella mia vita. Ma l'uomo si sta perdendo, è una razza in estinzione».
Ed ha avuto amanti e corteggiatori ricchi che l'hanno colmata di regali preziosi. Qualche uomo normale?
«Sì, anche poveri. Uomini che non per forza stavano sotto i riflettori. Io cerco una vita tranquilla, un compagno che abbia equilibrio e senso dell'umorismo mentre spesso noi donne dello spettacolo siamo concupite da gallinacci».
Davvero una volta uno sconosciuto le ha regalato una Ferrari?
«È la follia della giostra della vita. Ma quello ho solo intuito che fosse un amico di Ugo Tognazzi. Avevo 27 anni, ero il sex symbol del momento, pensavo: vuole comprarmi. Così l'ho venduta per aprire un negozio a mia sorella».
Lei e Ornella Muti avete posato nude per la campagna Pro-Age di una casa di bellezza. Perché proprio voi?
"Perché non siamo rifatte. Non riuscivano a trovarne una buona».
Qual è il suo ideale di donna?
«Katharine Hepburn, Brigitte Bardot, anche Marylin Monroe nella sua fragilità. Donne che avevano o hanno carisma. Non queste aggressive di oggi per le quali conta solo rifarsi da capo a piedi e apparire».
Parlando del Friuli, la sua terra, cita spesso Pasolini. Cosa la lega alle origini?
«Del Friuli ho una nostalgia triste ricordando i tanti problemi che ho avuto da fanciulla. Ma se guardo avanti devo tornare. La gabbia del dolore me lo ha impedito, ma forse ora lo farò per presentare il libro».
Cosa non ha realizzato di sé?
«Quel che sognavo: per mia colpa e per la mia fisicità. Ora che non posso mi hanno proposto i ruoli che avrei voluto e non mi facevano fare quando mi vedevano solo come simbolo sessuale».