Israele fra modernità e mito nel nuovo romanzo di Shalev

Un Israele fra modernità e mito, in cui il presente si salda, attraverso saghe familiari ed eventi emblematici, ai tempi eroici e lontani della fondazione dello Stato. È questo il sostrato della ricca trama di «Il ragazzo e la colomba», il nuovo romanzo di Meir Shalev (Frassinelli, pagg. 104, euro 17,50con traduzione di Elena Loewenthal).
Il libro si articola intorno alla lenta costruzione di una casa, e alle storie che l'accompagnano fino a collegarsi allo splendido messaggio recato da una colomba che solca il cielo di Gerusalemme nel 1948, mentre infuria la battaglia che porterà alla nascita di Israele.
«Ho voluto raccontare, come spesso faccio, una storia familiare - spiega Shalev, in questi giorni a Roma per presentare il suo romanzo, - perché proprio dall'intreccio delle vicende di un gruppo insieme unito e variegato viene fuori un Paese, un modo di vivere la modernità e di guardare alla vita e alla Storia».
Un libro, il suo, che vuole essere un personale omaggio al sessantesimo anniversario della fondazione d'Israele, che ricorre quest'anno?
«No. Era una storia alla quale lavoravo da tempo. Per noi israeliani la fondazione dello Stato, la costruzione di esso, non è un tema da relegare ai libri di Storia, alla saggistica, alle rievocazioni di circostanza. È ancora oggi un momento percepito come presente, sul quale si discute, ci si appassiona e ci si confronta come se fosse accaduto ieri».
Per quale motivo?
«Perché l'essere israeliani, per molti, è anzitutto una scelta, non un dato di fatto. La gran parte dei cittadini di questo Paese non è nata qui, ma vi è emigrata (o magari lo hanno fatto i genitori o i nonni) aderendo- talora in modo critico- a quell'ideale sionista che fu alla base della fondazione d'Israele. Inoltre, non va dimenticato che proprio quella fondazione, quella scelta di creare uno Stato ebraico in una terra abitata dagli arabi, è stata alla radice del conflitto che ancora oggi occupa tanta parte delle nostre vite».
A proposito del conflitto. Proprio in questi giorni, imperversano le polemiche per il «boicottaggio» chiesto da alcuni scrittori arabi, nei confronti della Fiera del Libro di Torino, che avrà Israele come Paese protagonista. Cosa ne pensa?
«Per quanto mi riguarda, sono felicissimo di questa Fiera e dell'invito a parteciparvi che mi è stato fatto. Ritengo questo boicottaggio sbagliato e assurdo. Anzitutto perché gli scrittori, invece di boicottare e gridare, dovrebbero dedicarsi a scrivere. Inoltre, quale è il motivo di tanto scontro? Ogni anno c'è un Paese ospite, quest'anno tocca a Israele, il prossimo anno sarà magari la Palestina o un altro Paese arabo. Il fatto poi che al boicottaggio della Unione scrittori Arabi si sia associato anche qualche gruppo politico italiano, mi lascia sconvolto».
Perché?
«Perché non si capisce il motivo per il quale ci se la debba prendere con la cultura. Chi ha qualcosa da contestare al governo israeliano fa benissimo a farlo, noi scrittori lo facciamo tutti i giorni, ma perché prendersela con la cultura? E per giunta con una cultura come quella israeliana che è sempre stata critica e polemica verso il potere. Invece si comportano come se noi intellettuali fossimo i propagandisti della politica di Olmert, i guerrafondai che attaccano il Libano, ci trattano come fossimo generali dell'esercito. E questo è inaccettabile!».
Ritiene che le polemiche si attenueranno?
«Lo vorrei fortemente, ma non mi sembra che, nonostante gli sforzi lodevoli degli organizzatori dell'appuntamento torinese, ci sia la volontà di calmarsi. Come scrittore, e so di avere il consenso dei miei colleghi come Oz, Yehoshua, Grossman, non smetterò di fare appello al dialogo. Ma quando vedo che un intellettuale arabo come Tariq Ramadan parla di boicottaggio da estendere anche alla Fiera di Parigi che ospiterà anch'essa Israele, resto senza parole…».
Come vede lo stato attuale del processo di pace fra palestinesi e israeliani?
«La pace è l'unica soluzione possibile per i nostri popoli, ma questa prospettiva, ogni volta che sembra avvicinarsi, si riallontana subito dopo in modo irreparabile. C'era stato l'incontro di Annapolis, si erano aperte delle vie di dialogo, ma immediatamente dopo sono aumentati gli scontri a Gaza, le incursioni aeree israeliane, i missili arabi da Gaza sulle città d'Israele, e ora perfino il ritorno dei kamikaze. Più passano i giorni, più l'odio torna a farsi strada fra i due popoli».
Tommaso Debenedetti