20 gennaio 2008 —
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sezione: Cultura - Spettacolo
«Scrivere in versi sciolti diceva Robert Frost è come giocare a tennis senza rete». A questa affermazione replicò un altro poeta, Bartolo Cataffi, daccordo col primo a patto che, affermava: «allo spettatore sembri di veder giocare come se la rete ci fosse». Ci si potrebbe trovare daccordo leggendo lultimo libro di
Gabriella Musetti,
«A chi di dovere» (La Fenice, pagg. 70, euro 8,00), edito grazie al Premio Senigallia 2007 vinto dallautrice. Un volume per certi aspetti spaesante, soprattutto a livello stilistico dal momento che quei versi sciolti non di rado sembrano terzine dantesche («Al mio dire risentito/ ho riservato la mia spoglia/ lattimo gonfio di doglia
»).
A voler fare genealogie letterarie, sottolinea nellintroduzione Bianca Galaverni, «quella di Gabriella Musetti è una poesia più dantesca che petrarchesca: lo testimoniano la presenza di differenti livelli della lingua, il tono risoluto e severo, il ritmo rapido e incalzante
». Daltra parte Musetti anche nelle precedenti raccolte aveva già dato prova della sua fedeltà al dettato dantesco (nel suo voler «essere aspra» di petrosa memoria). Ma qui, va detto, cè un disincanto sostenuto anche da un dire di estrema esattezza formale, anche se, talvolta, la tecnica va a discapito di una «freschezza» che si perde nella rielaborazione formale.
Non sempre è il prezzo della maturità, e quell«ego» tanto temuto dai poeti trova vie più raffinate per esprimere la propria voce. Nel caso di Musetti lo sfondo (o il primo piano) è quello di Trieste, una sorta di paesaggio liquido che diviene efficace contrappunto alla dimensione concettuale.
Un po Sanguineti, un po Giudici grazie a una misurata dose di ironia la poetessa triestina riesce infatti a controbilanciare il difficile passaggio tra forma e contenuto, non rinunciando a domande più ardite, ma prive di qualsiasi retorica. Soprattutto quando a parlare «sono concrete le cose» e dove gli oggetti si fanno entità dialettiche di portata comune. O ancora tram e ferrovie che dettano un passaggio, ma fanno luce unicamente su un cambiamento senza dare ulteriori risposte. Perché la domanda a cui ruota intorno il testo, e a cui replicare è impossibile, è se contino di più i margini (esistenziali? sociali? geografici?) o il nucleo del mondo. E ad essere indagata è la distanza e la «differenza». Uno stile che cresce proprio lì dove, apparentemente, il verso è «meno» controllato. Così nella sezione «Sei fermi-immagine da Duino», dedicato alla guerra balcanica, lintensità della visione non richiede eccellenze formali: «Buttano le bombe e lei lava i piatti», per continuare in un crescendo di autenticità ordinaria, quotidiana, fino allenergica domanda finale.
Sulle eterne diatribe dellIo Musetti stende un velo di ironiche gnoseologie, cadute e «sgonfiate». Ma è anche in questo spazio che lautrice incide le infinitesimali ragnatele di senso di un mondo in cui si trova immersa, misteriosamente ospite.
Mary B. Tolusso