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Paesaggi di una «liquida» Trieste nei versi di Gabriella Musetti, in bilico tra ironia e disincanto

«Scrivere in versi sciolti – diceva Robert Frost – è come giocare a tennis senza rete». A questa affermazione replicò un altro poeta, Bartolo Cataffi, d’accordo col primo a patto che, affermava: «allo spettatore sembri di veder giocare come se la rete ci fosse». Ci si potrebbe trovare d’accordo leggendo l’ultimo libro di Gabriella Musetti, «A chi di dovere» (La Fenice, pagg. 70, euro 8,00), edito grazie al Premio Senigallia 2007 vinto dall’autrice. Un volume per certi aspetti spaesante, soprattutto a livello stilistico dal momento che quei versi sciolti non di rado sembrano terzine dantesche («Al mio dire risentito/ ho riservato la mia spoglia/ l’attimo gonfio di doglia…»).
A voler fare genealogie letterarie, sottolinea nell’introduzione Bianca Galaverni, «quella di Gabriella Musetti è una poesia più dantesca che petrarchesca: lo testimoniano la presenza di differenti livelli della lingua, il tono risoluto e severo, il ritmo rapido e incalzante…». D’altra parte Musetti anche nelle precedenti raccolte aveva già dato prova della sua fedeltà al dettato dantesco (nel suo voler «essere aspra» di petrosa memoria). Ma qui, va detto, c’è un disincanto sostenuto anche da un dire di estrema esattezza formale, anche se, talvolta, la tecnica va a discapito di una «freschezza» che si perde nella rielaborazione formale.
Non sempre è il prezzo della maturità, e quell’«ego» tanto temuto dai poeti trova vie più raffinate per esprimere la propria voce. Nel caso di Musetti lo sfondo (o il primo piano) è quello di Trieste, una sorta di paesaggio liquido che diviene efficace contrappunto alla dimensione concettuale.
Un po’ Sanguineti, un po’ Giudici – grazie a una misurata dose di ironia – la poetessa triestina riesce infatti a controbilanciare il difficile passaggio tra forma e contenuto, non rinunciando a domande più ardite, ma prive di qualsiasi retorica. Soprattutto quando a parlare «sono concrete le cose» e dove gli oggetti si fanno entità dialettiche di portata comune. O ancora tram e ferrovie che dettano un passaggio, ma fanno luce unicamente su un cambiamento senza dare ulteriori risposte. Perché la domanda a cui ruota intorno il testo, e a cui replicare è impossibile, è se contino di più i margini (esistenziali? sociali? geografici?) o il nucleo del mondo. E ad essere indagata è la distanza e la «differenza». Uno stile che cresce proprio lì dove, apparentemente, il verso è «meno» controllato. Così nella sezione «Sei fermi-immagine da Duino», dedicato alla guerra balcanica, l’intensità della visione non richiede eccellenze formali: «Buttano le bombe e lei lava i piatti», per continuare in un crescendo di autenticità ordinaria, quotidiana, fino all’energica domanda finale.
Sulle eterne diatribe dell’Io Musetti stende un velo di ironiche gnoseologie, cadute e «sgonfiate». Ma è anche in questo spazio che l’autrice incide le infinitesimali ragnatele di senso di un mondo in cui si trova immersa, misteriosamente ospite.
Mary B. Tolusso