Margherita: «Il fioretto e i fratelli moschettieri»

TRIESTE Giovanna, Manlio, Francesco e Margherita, la più piccola. All'inizio i moschettieri della famiglia Granbassi erano quattro, uniti anche nella passione per la scherma, disciplina che i fratelli maggiori conoscono verso la fine degli anni '80, prima attraverso dei corsi promozionali scolastici tenuti dalla insegnante Silvia Strukel, una ex azzurra, e poi con le società Gemina e Farit.
Manlio Granbassi si cimenterà con spada e sciabola, Giovanna proverà il fioretto, Francesco sceglie la spada mentre Margherita intanto, a poco più di sette anni, osserva i fratelli in pedana e sogna. L'incanto si trasforma in avventura nello spazio di pochi anni. Margherita Granbassi si avvicina al fioretto, con il maestro Codarin, un ex ufficiale degli Alpini, scomparso di recente.
Margherita vive i primi anni di pratica dimostrando subito talento ma soprattutto cognizioni ben chiare riguardo la sua passione: «Facevo il tifo per i miei fratelli ma pensate che a Natale chiedevo solo regali legati alla scherma - racconta Margherita Granbassi - non avevo nemmeno dieci anni e sotto l'albero desideravo attrezzature per il mio sport. Nel dicembre del 1989, a esempio, mio padre mi regalò un buono per acquisti di questo tipo. Per me fu il massimo».
La scherma si tramuta da gioco a impegno totale, stile di vita. La svolta arriva quando Margherita ha circa 10 anni. I moschettieri nel frattempo sono rimasti in tre, Giovanna ha scelto altre discipline mentre i fratelli Manlio e Francesco ambiscono al salto di qualità approdando a Udine, alla corte di Andrea Magro, ora Commissario tecnico della nazionale italiana di fioretto e sciabola, all'epoca insegnante della Associazione Sportiva Udinese. Margherita segue la famiglia dando ufficialmente avvio alla sua carriera sportiva: «Io ero già un giovanotto ma quando tiravo con Margherita, ancora piccolina, avevo difficoltà a tenerla a bada di fioretto - racconta Francesco Granbassi, ora arbitro internazionale, già nel giro della nazionale Under 20 - si capiva che aveva talento, che poteva ambire a traguardi importanti».
Francesco non si sbaglierà. Curata da Andrea Magro Margherita Granbassi crescerà come atleta e donna, proseguendo anche senza l'ausilio di Manlio e Francesco, distratti da altre scelte. Sono gli anni dei viaggi Trieste-Udine, 4 anche 5 volte alla settimana, tempi scanditi da tanti allenamenti e molto studio, delle lunghe giornate che vedono mamma Giuseppina, detta Fini, al volante, e Margherita sul sedile posteriore, impegnata a fare i compiti, per non fallire intanto il podio della scuola. Traguardo che non mancherà. Con i primi successi agonistici anche l'obiettivo del liceo linguistico è infatti raggiunto, con il massimo dei voti.
Risale invece al 1992 l'altro momento che segna una svolta nell'animo della fiorettista triestina, una sorta di presagio: «Ero in vacanza a Lignano, guardavo le finali delle Olimpiadi di scherma in Spagna - rammenta Margherita - ricordo i successi di una eccezionale Giovanna Trillini, vincere l'oro pur tirando con un tutore al ginocchio. Rimasi quasi folgorata». Il film si ripeterà 14 anni più tardi, non in un contesto olimpico ma in un campionato iridato, quello di Torino, con la triestina capace di laurearsi campionessa del mondo di fioretto, sconfiggendo in finale la compagna-rivale Valentina Vezzali, superando anche i problemi dei molti infortuni: «Mi hanno sempre accompagnato - ha aggiunto la campionessa -. Ricordo soprattutto le giornate del 2001, mi stavo preparando per i campionati del mondo e rimasi vittima di un rottura del crociato. Mi costò 7 mesi di stop, tanta fatica, delusione». Pagine di ieri.
Le cronache attuali proiettano Margherita Granbassi solo sulla ribalta, tra risultati internazionali e un futuro da inventare in campo giornalistico. Il tutto dopo le Olimpiadi del 2008, miscelando stoccate e fede: «Credo profondamente in Dio ma credo abbia cose più importanti da fare che ricordarsi di me quando sono in pedana. Sono una ragazza fortunata, i problemi veri sono altrove».
La vedremo tra le madrine della notte del 21 dicembre, nella cerimonia per l'entrata in area Schengen: «Che sia un momento di festa - ha concluso - ma anche per riflettere su chi ha sofferto, come per l'esodo del popolo istriano, di cui vanto radici».
Francesco Cardella