I racconti inediti che Andric scrisse pensando a Trieste

di Alessandro Mezzena Lona

Nel suo orizzonte c'era soprattutto la Bosnia. La terra dove Ivo Andric era nato nel 1892. Ma quando lo scrittore di Dolac, un piccolo villaggio vicino a Travnik, cominciò a sbozzare il suo primo romanzo, decise di lasciare che la fantasia volasse libera fino a Trieste. Che per i popoli dell'ex Jugoslavia è stata a lungo il simbolo di una porta spalancata su un mondo «altro». Un territorio sospeso tra Oriente e Occidente.
Quel romanzo, intitolato «Dalla parte del sole», Ivo Andric non l'ha portato a termine. Neanche dopo che i suoi capolavori, come «La cronaca di Travnik» e «Il ponte sulla Drina», avevano attirato l'attenzione e l'apprezzamenti dei critici, dei lettori. Tanto da portare lo scrittore a vincere il Premio Nobel per la letteratura, nel 1961. Però sono rimasti quattro frammenti. Quattro racconti totalmente slegati tra loro, anche se un filo sottile li tiene uniti. Tre di questi non sono mai stati tradotti in Italia.
Adesso, quelle storie dimenticate di
Ivo Andric sono state raccolte in un volumetto. Lo pubblica la Mondadorinegli Oscar, si intitola «La storia maledetta. Racconti triestini» (pagg. 135, euro 8,40). A curare il libro è Marija Mitrovic, che firma anche una densa e preziosa introduzione intitolata «Andric e l'Italia». A firmare la traduzione è Alice Parmeggiani.
Trieste, ma anche i suoi immediati dintorni che vanno da Monfalcone fino all'Austria, non rientra a caso in questo progetto romanzesco di Andric. «Se dunque in queste sue prose giovanili - annota Marja Mitrovic - Ändric aveva scelto Trieste come centro degli avvenimenti per il suo primo, sia pur incompleto, romanzo, non si può ipotizzare che anche in questa città in cui aveva trascorso solo alcuni mesi di lavoro l'autore avesse in un certo senso intuito uno spazio simbolico analogo alla Bosnia, un luogo d'incontro di mondi e culture diverse?».
I temi che ricorrono nella narrativa di Andric, nelle quattro storie triestine ci sono tutti. Nel primo racconto, «Esaltazione e rovina di Toma Galus», il protagonista, che ritornerà poi tra la folla di personaggi del «Ponte sulla Drina», arriva nel porto di Trieste, e viene scortato lungo le strade della città, per essere chiuso nelle carceri del Coroneo. Prende forma, tra le pagine, l'umiliazione dell'arresto e della prigionia che lo scrittore visse sulla propria pelle da giovane, quando faceva parte del gruppo nazionalista Mlada Bosna-Giovane Bosnia. Lo stesso a cui apparteneva lo studente serbo bosniaco Gavrilo Princip, che assassinò l'arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie, la contessa Sophie, il 28 giugno del 1914 a Sarajevo.
Ma sono gli altri tre racconti, quelli finora inediti in Italia, a far capire al lettore quanto bravo fosse Andric già prima di diventare uno scrittore famoso. E, soprattutto, prima di mettere mano ai suoi romanzi più importanti. «Dalla parte del sole» è uno straziante atto d'accusa contro il mondo concentrazionario. Contro il carcere visto come metodo di redenzione sociale, che in realtà non redime mai nessuno. Lì, tra quelle quattro mura, il futuro Premio Nobel osserva i suoi personaggi abbruttirsi fino a raggiungere livelli bestiali. Quando alle parole si sostituiscono gli insulti. Quando il linguaggio della ragione viene soppiantato da quello dei muscoli. Della forza.
Gli ultimi due racconti sono piccoli gioielli ancora da sgrezzare. Nell'«Impero di Postruznik», che richiama alla memoria la lezione di Fëdor Dostoevskij, il Male finisce per incarnarsi in un uomo apparentemente banale. Un tale che gli altri carcerati considerano un «ratto», ovvero un delatore, uno spione, ma che si presenta al giovane compagno di cella come chi è finito dietro le sbarre per futili «irregolarità». Anche se poi, tra i denti, confesserà di essere stato al centro di una «storia maledetta».
Postruznik è un manipolatore. Un pedofilo, uno che insidia le bambine e che poi si concede pure di filosofeggiare su quanto poco possa dare il desiderio di amare un'adolescente. Ben presto il giovane si accorgerà che dentro quell'ometto c'è Satana. Uno capace di fargli confessare anche quello che si era ripromesso di non dire. Uno che, entrando in punta di piedi nel quarto racconto, «La storia maledetta», costruito con grande modernità e attentissimo rispetto dei canoni narrativi ottocenteschi, finirà per distruggere la bella Irena, il suo squilibrato amante e lo sprovveduto marito Saltzer.
Ha scritto Predrag Matvejevic nell'introduzione al volume dei Meridiani Mondadori dedicata a Andric, che si intitola «Segni, sentieri, solitudini. Ivo Andric tra Oriente e Occidente»: «L'incognita maggiore della vita e dell'opera di Ivo Andric è Andric stesso. Non si lasciava avvicinare. Non rispondeva alle domande dei curiosi. Non si confidava con nessuno. E non si lamentava, nemmeno quando soffriva di più». Mai in rotta con il Potere, lodato e omaggiato perfino da Tito, è diventato l'emblema dello scrittore lontano dalle correnti letterarie, lontano dai convolgimenti politici. Che nei libri, però, ha saputo scrutare con occhio impietoso e ispirato la realtà.