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Spaghetti western alla Mostra di Venezia con la benedizione di Quentin Tarantino

ROMA Un po’ acciaccati, più dagli anni, a dire il vero, che dalle cavalcate e dalle scazzottate, eccolo riunito il mucchio selvaggio dei reduci dello spaghetti western. Registi come Pasquale Squitieri, Giulio Petroni, Giancarlo Santi, Mario Caiano, produttori come Alfonso Sansone e Fulvio Lucisano, e naturalmente i veri protagonisti, gli attori, divi popolarissimi come Bud Spencer e Giuliano Gemma e mitici comprimari come Alberto Dentice (convertitosi da anni al giornalismo), Lars Bloch, Robert Hundar di Castelvetrano, Trapani, e Ashborn Hamilton jr. alias Mark Fiorini. Sì, perché nel decennio magico del western all’italiana, a cavallo degli anni ’60 e ’70, era uso adottare, per l’esportazione del prodotto, fantasiosi nomi inglesi al posto di quelli italiani, e anche il più grande di tutti, Sergio Leone, in «Per un pugno di dollari» si firmò Bob Robertson, traduzione tra l’affettuoso e il maccheronico di figlio di (Roberto) Roberti.
Tutti riuniti per la presentazione della retrospettiva della Mostra del cinema di Venezia e di Telecom Progetto Italia Western all’italiana, che costituisce un nuovo capitolo della storia segreta del cinema che ha caratterizzato in questi quattro anni la direzione di Marco Müller. Curatori della rassegna Marco Giusti (a fine agosto uscirà per Mondatori il suo «Dizionario del western italiano») e Manlio Gomerasca, con la collaborazione di Paolo Luciani e Cristina Torelli. E la supervisione e la benedizione di Quentin Tarantino che ha mandato un video messaggio e che ha assicurato la sua presenza a Venezia. Un fan sfegatato, Tarantino, che ha dichiarato che senza Sergio Leone e lo spaghetti western il cinema moderno, compreso quello americano, oggi non sarebbe lo stesso.
Nato in un momento di crisi della Hollywood classica, il western all’italiana ha rappresentato la risposta creativa e anarchica allo strapotere dell’industria, dimostrando come fosse possibile coniugare gusto popolare, riferimenti culturali «alti», grande abilità tecnica e gusto estetico. Nel western si cimentarono, tra gli altri, Dario Argento, Bernardo Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Carlo Lizzani, Riccardo Freda, Mario Bava, Tinto Brass; al western mise le ali la musica di Ennio Morricone, che si gettonava nei juke box più dei Beatles e di Caterina Caselli. E fu il western all’italiana, dopo il neorealismo, il più accreditato ambasciatore del nostro cinema all’estero. «Molti giovani registi africani e asiatici - mi hanno confessato di essere cresciuti con i film western arrivati dall’Italia».
Sul totale di una produzione di 451 titoli, la retrospettiva della Mostra ne ha scelti e restaurati 32 più due eventi: un documentario di Gianfranco Pannone, Conversazione con Giulio Questi, e uno spaghetti western giapponese del 1969, regista Kudo Eiichi, che fece allora una fugace apparizione sugli schermi italiani con il titolo di «Quelle 5 dure pellacce». E in quanto a titoli la fantasia non mancava certo. Pescando qua e là tra i film della rassegna troviamo «Matalo!» di Cesare Canevari, «Il mio nome è Shangai Joe», un kung-fu western di Mario Caiano, «Se sei vivo spara» di Giulio Questi, «La taglia è tua... l’uomo l’ammazzo io» di Edoardo Mulargia, «E Dio disse a Caino...» di Antonio Margheriti, «Tepepa» di Giulio Petroni, «Il tempo degli avvoltoi» di Nando Cicero. Dalla scelta è stato ovviamente escluso il padre del genere (quando lo si definiva così, Leone commentava ironicamente, «se io sono il padre, quanti figli di p...a!»), ma non è stato dimenticato nessuno dei personaggi e dei volti che hanno incarnato la mitologia italiana del western dal Django di Franco Nero al Ringo di Giuliano Gemma, al Sartana di Gianni Garko ai vari Fabio Testi, Klaus Kinski, Leonard Man, Lee Van Cleef, Gorge Hilton, William Berger, Gordon Mitchel e Tomas Milian.
Fulvio Toffoli