Turow a Roma: «Darò un seguito al mio ”Presunto innocente”»

ROMA «La legge è il centro della mia vita. Interpretarla, difenderla, applicarla è l'unica attività che realmente mi affascina. Per questo, nonostante l'attività di narratore, non ho mai voluto interrompere, neppure per un giorno, il mio mestiere di avvocato. Insomma: vi piaccia o no, è lei, la legge, la mia musa, l'ispiratrice di tutte le mie opere».
Scott Turow, uno dei massimi romanzieri americani viventi, unanimemente considerato il padre del legal thriller, racconta la sua straordinaria carriera di avvocato scrittore. Una carriera che dura ormai dal 1987, quando Turow pubblicò quello che è considerato il suo capolavoro «Presunto innocente», un libro al quale, confida oggi l'autore, «sto per dare un seguito, anzi posso affermare di essere già a buon punto nella stesura». Turow è in questi giorni in Italia per presentare il suo ultimo romanzo «Prova d'appello» (Mondadori) e per partecipare, ieri sera alla Basilica di Massenzio a Roma, al Festival Letterature.
Cominciamo, Turow, dalla notizia che lei ci ha appena dato: il seguito di «Presunto innocente». Può dirci qualcosa di più?
«Chi pensava che io fossi un uomo coerente, si è sbagliato. Mi ero riproposto per anni di non dare ascolto a chi mi proponeva di scrivere un seguito di quel romanzo. Anzi: le confesso che la sola idea mi infastidiva, scatenava in me una sorta di rifiuto invincibile, accompagnato da una specie di paura superstiziosa. Se ritorno al punto da cui sono partito, mi dicevo, non riuscirò più a mettere insieme un romanzo, resterò bloccato, paralizzato. Poi, qualche mese fa, è successa una svolta. Il personaggio chiave di quel libro, Sabich, tornava insistente nella mia fantasia. Non riuscivo a liberarmene: e allora ho avuto quasi un moto di rabbia, e forse di coraggio. Mi sono detto: è il momento, il momento di scrivere il seguito di ”Presunto innocente”. E ho iniziato. Ma quasi con cautela, perché il libro inizia con la scena di un uomo che si china sul cadavere di una donna, e solo dopo diverse pagine si capisce che quell'uomo è proprio Sabich».
Il legal thriller, di cui lei è considerato l'inventore, ha un enorme successo in America. Perché?
«Perché gli Usa sono un Paese che, contrariamente a quanto fanno credere i suoi governanti, vive nella più totale insicurezza. E' un Paese senza certezze, senza áncore. Oggi più che nel passato. Il patriottismo non regge, o almeno regge solo nelle grandi occasioni, nelle feste nazionali e nelle grandi tragedie. La paura dell'avversario, tipica degli anni della guerra fredda, non c'è più. E adesso, dopo la tremenda sindrome seguita all'11 settembre, si sta indebolendo anche l'ansia del terrorismo. Resta la psicosi del criminale, del ladro o dell'assassino che ti possono sfondare la porta di casa. Il delinquente comune fa più paura di Osama bin Laden, insomma. E così la legge è l'unica certezza, l'unico sicuro appiglio, l'unica fonte di tranquillità per tantissimi comuni cittadini».
Parliamo del suo ultimo libro, «Prova d'appello».
«E'la storia di un processo per stupro, in cui quattro ragazzi bianchi vengono arrestati sotto l'accusa di aver violentato una giovane di colore. Ma, lungo le pagine del libro, il giudice Mason, che presiede la giuria, capisce che deve compiere una sorta di processo a se stesso. Mentre analizza il caso che deve giudicare, riaffiora nella sua memoria una vecchia vicenda di violenza, un altro stupro, del quale egli, da giovane, era stato testimone e in parte protagonista. Come dire che nessuno è mai interamente innocente, o meglio: innocenza e colpevolezza sono categorie che non possono fissarsi in termini assoluti. Un dato che, nel mio lavoro di avvocato, mi è accaduto mille volte di riscontrare, e che spesso mi ha lasciato sconvolto. Talora mi sono capitati casi che toccavano da vicino la mia vita, o che ho scoperto nel tempo essermi non lontani, non esterni, ma vicinissimi. Direi che ”Prova d'appello” nasce da questa consapevolezza: una consapevolezza talvolta dolorosa, e da un grande dubbio, che mi ha accompagnato da decenni: quanto le cose che abbiamo fatto in anni lontani, quando magari eravamo diversissimi da come siamo oggi, possono contare, e avere un peso nella nostra vita di ora?».
Come riesce a conciliare il lavoro nel suo celebre studio di avvocato a Chicago con la letteratura?
«Sul piano pratico, malissimo. Il lavoro di avvocato mi prende tutte le ore del giorno e parte della notte. E mi accade spesso di avere qualche buona idea: una storia, un certo svolgimento della trama, un personaggio che mi affiora alla mente, e di perderli per sempre perché non riesco a fissarli, ad avere il tempo di metterli sulla pagina anche solo come brevi appunti. L'anno scorso avevo iniziato un romanzo: forse era una sorta di autobiografia, ma con due o tre personaggi inventati che funzionavano come un perfetto ingranaggio. Ebbene: ho appuntato queste pagine iniziali su un piccolo quaderno del mio studio, in mezzo a mucchi di altre carte. Senza volere, una sera, sfinito, l'ho gettato nella spazzatura, e quella storia non è mai nata».
Tommaso Debenedetti