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Doctorow a Roma: «La guerra in Iraq? Pura ferocia»

ROMA «A ispirarmi l'ultimo romanzo, forse, è stata proprio la guerra in Iraq». A confidarlo è Edgar Lawrence Doctorow, uno dei massimi narratori americani del nostro tempo, autore tra l'altro di quel «Ragtime» che fu portato sullo schermo da Milos Forman, e in questi giorni in Italia per presentare «La marcia», il suo romanzo appena uscito da Mondatori (pagg. 365, euro 18) e per partecipare, ieri alla Basilica di Massenzio, a una serata del Festival Letterature. Ne «La marcia», Doctorow evoca uno degli episodi più atroci e sanguinosi della guerra civile americana: la caduta di Savannah nel 1864. A occupare le pagine del libro sono le violenze di quel gruppo di veterani agli ordini di un uomo determinato e crudele, il generale Sherman. Attorno a lui, una serie indimenticabile di personaggi, tra i quali spicca la figura di Sartorius, il medico militare votato alla scienza come ad una fede cieca, assoluta, disperata, e quelle centinaia di schiavi e di schiavisti, di uomini e donne, di ricchi e di poveri attraverso i quali, impeccabilmente, Doctorow dipinge l'affresco di una civiltà che la guerra sfalda, lacera, e infine inesorabilmente distrugge.
In che senso, Doctorow, la guerra in Iraq ha ispirato «La marcia»?
«Nel senso che, nel conflitto contro Saddam come in quello di un secolo e mezzo fa, la guerra era pura ferocia, furia devastatrice, senza una causa reale e con un'epica apparente che in verità era soltanto sangue. E proprio come allora, gli strateghi e i loro intellettuali di riferimento trovavano ragioni e giustificazioni per uno scontro che il governo aveva deciso a priori di scatenare. Quando ho visto la barbarie del conflitto iracheno, mi è tornato in mente quanto avevo letto e studiato riguardo alla caduta di Savannah, ho consultato documenti e soprattutto ho guardato antiche fotografie di quella vicenda, e il libro è nato».
A quali fotografie si riferisce?
«Alle foto dei corpi ammassati, della gente in fuga, di quei volti disperati che somigliavano tanto, forse troppo a quelli delle guerre di oggi, e in particolare ad una, dove si vede un carretto con sopra poca roba, tutto quello che era stato possibile prendere da una casa abbandonata in fretta, trainato da un mulo ormai quasi senza forze. Lì, in quell'immagine, c'è tutto: lo smarrimento atroce, l'angoscia, la povertà, la fine di un mondo che sempre la guerra porta con sé. E il senso dello scatenarsi inspiegabile di una crudeltà tremenda, di un'inesorabile spietata volontà di distruzione e di morte. In più, nelle fotografie della guerra civile, compaiono quelle armi a ripetizione che fecero di quel conflitto la prima guerra per così dire tecnologica, in cui i ritrovati della modernità furono messi al servizio della morte. Sì, proprio come accade nei nostri tempi».
Nel suo libro vengono adombrate anche le conseguenze di quella guerra.
«Conseguenze disastrose. Un intero mondo, quello del Sud, scomparve, ma i neri seguitarono a essere oppressi, e le strutture della società oppressiva e ingiusta continuarono intatte per un secolo, almeno fino al movimento per i diritti civili degli anni intorno al 1960. Prodigiosa inutilità di una catastrofe!».
Qual è, oggi, il suo rapporto con la città di New York, dove vive e che è al centro di tanti suoi romanzi?
«New York è al centro di ogni mio romanzo. Pure ne ”La marcia”, anche se l'ambientazione e i temi sono diversi, certe figure, certe situazioni, mi sono state ispirate dalla vita newyorkese. Penso al senso di vuoto, di catastrofe, di devastazione e morte, alle scene disperate che tutti vedemmo nelle ore che seguirono il crollo delle Torri Gemelle. Devo dire che dopo averla vista così, vulnerabile, ferita, straziata, il mio amore strano, un po' obliquo verso la mia città è cresciuto ancora, è diventato ancora più forte e inspiegabile».
Com’è cambiata l'America dopo l'11 settembre?
«Diciamo anzitutto che l'11 settembre servì come pretesto per due guerre già decise, quella in Afghanistan e quella in Iraq. Quindi, il potere, l'Amministrazione Bush, si sono enormemente avvantaggiati di quel terribile evento. L'America, invece, è diventata più insicura, più nevrotica, ossessionata dal fantasma dell'insicurezza, del nemico visto ovunque. In più, è cresciuto il razzismo, il sospetto verso gli immigrati, verso un intero mondo, quello arabo islamico, ormai concepito definitivamente come ”altro”, come insidia, come potenziale distruttore. Ulteriore conseguenza: gli intellettuali vengono ormai sentiti come inutili, hanno sempre meno forza, meno potere di persuasione, anche perché il potere è sempre più in mano agli ignoranti. A chi scrive, come me, resta solo un'arma: raccontare, narrare senza censure il sudiciume del mondo, la furia sanguinaria del potere, l'orrore dei conflitti scatenati senza motivo, l'aberrante servilismo che ci circonda».
Tommaso Debenedetti