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Questione afgana, basta scontri Aiutiamo un popolo sconvolto

La recente, drammatica vicenda del giornalista rapito e poi fortunatamente liberato in Afghanistan, fa riflettere anche noi giovani su una scottante questione che riguarda la politica estera italiana.
Nel pieno della recente crisi fra Roma e Washington a proposito della missione militare italiana in Afghanistan il senatore Andreotti ha ironizzato: "E'successo tante volte, passerà anche questa". E neanche a farlo apposta, nel suo nuovo libro pubblicato poche settimane fa, "1953. Fu legge truffa?", che riproduce il suo diario di quell'anno, si legge che cinque giorni dopo le elezioni politiche del 5 giugno in cui la Dc era scesa al 40%, l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio venne convocato in Vaticano da Monsignor Angelo dell'Acqua, della Segreteria di Stato. A riguardo, si legge nel diario: "Mi dice che domani l'ambasciatrice degli Usa in Italia Clare Luce vorrebbe fare una conferenza stampa in cui si biasimerebbero gli italiani per ingratitudine verso l'America", sicuramente riferendosi ai numerosi aiuti che ricevemmo dagli americani.
Storie vecchie come dice Andreotti? Certo, però sempre attuali e delicate. Ai primi di febbraio l'ambasciatore americano Spogli firma coi colleghi di 5 Paesi impegnati in Afghanistan una lettera, inviata poi al quotidiano "La Repubblica", in cui il nostro Governo viene invitato a non recedere dagli impegni assunti con la spedizione militare. D'Alema e Parisi la definiscono una "lettera irrituale", ed in effetti lo è perché non si è mai visto che rappresentanti di Governi stranieri si rivolgano a quello del Paese che li ospita attraverso un giornale, quindi fuori dai consueti canali diplomatici. Contrariamente a quanto dice un comunicato uscito dopo l'incontro fra il nostro Ministro degli Esteri e l'ambasciatore, il caso non è chiuso.
Lo si è capito qualche giorno dopo quando la sinistra radicale, ovvero Rc, Comunisti italiani e Verdi, è insorta contro la dichiarazione del ministro della Difesa alla riunione della Nato a Siviglia, che non prevede alcuna exit strategy del nostro Paese entro il 2011 ed ancor più col voto contrario al Senato sul rifinanziamento della missione. Nemmeno ora che il rifinanziamento è stato finalmente deciso e che la crisi è stata superata, il Governo può dormire sonni tranquilli. Quella medesima sinistra ha marciato a Vicenza contro il raddoppio della base americana appoggiato da Romano Prodi. Ma più di tutto è la domanda che l'editorialista Sergio Romano si è posto sul Corriere della Sera a far riflettere politici e cittadini: "Siamo sicuri che le basi americane, nelle nuove circostanze, contribuiscano davvero alla sicurezza dell'Italia?". Domanda peraltro lecita, considerando che il nemico non è più la Russia comunista della Guerra Fredda, bensì il terrorismo islamico che coi suoi kamikaze può arrivare e colpire dovunque in qualunque momento. La delicata questione afgana resterà dunque un cocente problema , almeno fino a che non si smetterà di litigare e si inizierà a pensare agli interessi di un Paese sconvolto e ai suoi cittadini
David Bonini
(Liceo Linguistico Europeo "Paolino d'Aquileia" - Gorizia)