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Scaccia: porto a Trieste un Goldoni europeo

L’auto in corsa verso un altro debutto si accosta ai lati della strada, e al cellulare risponde la voce signorile di Edoardo Sala: «Le passo il maestro». Che saluta chiosando: «O siamo in viaggio o siamo in camerino...». Mario Scaccia siglerà la rassegna «Grandi Maestri» al Politeama Rossetti, dove mercoledì, alle 20.30, e giovedì lo vedremo protagonista di «Un curioso accidente» di Goldoni, di cui proprio ieri ricorrevano i 300 anni dalla nascita.
Produzione della Compagnia Molière-Teatro di Sicilia-Cry Cremona, lo spettacolo ha la regia di Beppe Arena e vede Debora Caprioglio nei panni di Giannina, figlia del vecchio e ricco Monsieur Filiberto. Gli altri interpreti sono Edoardo Sala, Antonella Piccolo, Rosario Coppolino, Consuelo Ferrara, Mauro Patanè.
«È una commedia straordinaria di Goldoni - afferma Scaccia - che Renato Simoni definì “un leggiadro capolavoro”. E fu giudicata da Bacchelli “la prima commedia europea di Goldoni”. Porta la data del 1760 e si svolge in Olanda, all’Aja, con tutta la società del tempo, la guerra tra i negozianti e i riscuotitori di gabelle. Era l’alta borghesia olandese. Qui non è la poesia che si fa teatro, ma è il teatro che si fa poesia». Lo spettacolo andrà alla Biennale di Venezia? «Con Scaparro ho interpretato “Memoires”, in cui sono stato proprio Goldoni. Quindi un pochino di riguardo al povero Mario Scaccia, ottantasettenne, bisognerà pur averla... Ho un anno più di Goldoni, perché lui è morto a 86 anni. Andando avanti con gli anni, pur avendo dato tante prove del mio valore artistico, mi sono visto snobbare da quelle istituzioni o dai quei registi che una volta facevano conto della mia presenza. Se voglio fare il teatro oggi, devo seguitare a lavorare con la mia compagnia, con questi giovani che mi stanno crescendo vicino in una maniera esemplare».
Perché ha voluto titolare la sua compagnia a Molière?
«È il mio autore preferito. Ho una costituzione proprio molieriana. Il grottesco ante-litteram di Molière ce l’ho per natura, riesco egregiamente a rappresentarlo. Eduardo De Filippo mi voleva molto bene perché aveva scoperto questa mia dote innata, non l’ho costruita».
È vero che Eduardo stava scrivendo una commedia per lei?
«Sì, “Un medico in famiglia”. Me ne lesse il primo atto, che aveva già ultimato, e mi parlò del resto. Era incerto come farla finire. Poi lui è morto. Rimase incantato dalla mia interpretazione di “Chiccignola” di Petrolini, e da allora mi considerò suo amico. Forse vedeva in me quella generosità teatrale che era un po’ la sua. Ero l’unico attore cui lasciava il suo camerino al San Ferdinando, il suo teatro. Non lo dava a nessuno, anche perché dentro c’era la cassaforte della compagnia».
Lei, nel suo teatro, ha creato una scuola.
«L’ho avuta quando ero fermo al Teatro Molière di Roma, dove pensavo di finire i miei giorni. Ma siccome non muoio mai... Era una scuola di “informazione”, dove ci sforzavamo d’informare il pubblico di che cos’è veramente il teatro. Il teatro è una liberazione, è un grande gioco, qualcosa a metà fra un atto di religione e una festa. Se ci mettiamo dentro la cultura senza pensare al pubblico che deve riceverla e viverla, il teatro non è più tale».
E agli attori cosa insegnava?
«Non si può insegnare a recitare. Posso dare consigli, elargire esperienze vissute, ma non posso fare di più. Mi ricordo che quando sono entrato in arte io, tutti i giovani attori stavano dietro le quinte per imparare. Oggi, invece, è proibito stare dietro le quinte. Queste discipline militaresche in teatro non hanno senso. Bisogna imparare da soli come si fa il teatro, assorbendo dagli altri la loro esperienza, il modo in cui traducono visivamente e oralmente gli stati d’animo del personaggio. Si è dimenticato che è un fatto completamente umano, il teatro. È un atto d’amore. È come stare a letto con una bella donna».
La passione per il teatro le è venuta attraverso suo padre, che era un artista?
«Mi è venuto l’amore per l’arte, attraverso di lui. Perché io sono cresciuto negli studi dei pittori di via Margutta, a Roma, nei musei, nelle gallerie d’arte. Ero sempre in mezzo agli artisti. Ma a prescindere da questo, ho avuto la possibilità di debuttare giovanissimo nelle filodrammatiche romane. Finita la guerra e tornato dalla prigionia, decisi che la mia vita sarebbe stata soltanto quella teatrale. Non volli sostenere la tesi di laurea, già pronta. Era una tesi su “Ombre e luci nella pittura di Caravaggio”, la ricordo ancora. M’iscrissi all’Accademia d’arte drammatica, ma dopo un anno Nino Besozzi mi portò con lui in compagnia, assieme a Marcello Mastroianni. E da allora tutte le sere sono in palcoscenico».
Che genere di pittore era suo padre?
«Mio padre Gaspare, un uomo modesto, un artista purissimo, si dedicava soprattutto a fare ritratti su ordinazione. Quando ci fu un concorso tra i pittori di Roma per illustrare una scena della guerra mondiale del 15-18, rappresentò l’episodio eroico di Baracca. Piacque molto a Mussolini, che volle conoscerlo e gli chiese se era fascista. Mio padre rispose di no: era apolitico, come lo sono io. E Mussolini gli dette l’incarico di illustrare il Salone degli Eroi al Ministero dell’Aeronautica. Ancora si conservano i suoi quadri ad olio. Ogni eroe che cadeva nel cielo della battaglia, veniva illustrato da lui. Per un quadro ho posato anch’io».
Quando?
«Fu quando Mussolini andò in Arabia Saudita. Portò in regalo al re un ritratto del figlio, che era studente ad Oxford. Furono mandati gli abiti imperiali dall’Arabia e, siccome avevo diciannove anni come il giovane, li indossai io e fui immortalato in questo quadro che è nella reggia dell’Arabia Saudita».
Come ritrarrebbe se stesso?
«Sono un burbero benefico, come i personaggi di Goldoni. Posso apparire aspro e cattivo, e forse un po’ lo sono. Ma sono anche profondamente buono e generoso. Ho rinunciato a tutto per il teatro. Passo la mia vita dietro le quinte, in camerino o viaggiando per raggiungere la piazza. Ho avuto il compenso di una vita felice, avendo potuto realizzare me stesso. Il teatro dà tanto a chi lo ama e lo fa disinteressatamente».
Maria Cristina Vilardo