Furlan, una vittima anche allo stadio di Valmaura

di Elisa Lenarduzzi

TRIESTE
Anche il calcio triestino ha pagato il suo tragico tributo di sangue: era l'8 febbraio 1984. Anche quel giorno, come venerdì a Catania, sul campo del Grezar si stava disputando un derby: l'attesissimo Triestina-Udinese di Coppa Italia, finito, anche questo, in un'assurda tragedia. Allora non ci rimise la vita un poliziotto ma un giovane tifoso finito in mezzo agli scontri.
Quel giorno, infatti, sugli spalti si consumò il dramma di Stefano Furlan, tifoso alabardato di vent'anni, colpito più volte alla testa da un agente di polizia nel corso dei tafferugli che scaturirono al termine della partita di Coppa Italia e morto, dopo due settimane di agonia, il primo marzo dello stesso anno. Sono passati 23 anni da quel triste giorno, ma i fatti di Catania dimostrano che il tempo, purtroppo, è trascorso invano: sugli spalti il tifo lascia ancora troppo spesso spazio alla violenza oggi come allora. La curva lo invoca ancora.
Per Stefano, studente dell'ultimo anno dell'istituto per geometri, quel pomeriggio di febbraio doveva essere una giornata di festa, da trascorrere assieme ad alcuni amici sulla curva Nord dello stadio Grezar a tifare per la squadra del cuore. Al termine della partita, finita a reti inviolate, Stefano esce dallo stadio e si avvia verso via dei Macelli, dove aveva posteggiato la sua «128». In quel momento, secondo le ricostruzioni fatte dagli inquirenti dell'epoca, scoppiano improvvisamente i tafferugli tra i tifosi, nei quali il giovane rimane, suo malgrado coinvolto. In mezzo a quel caos, Stefano viene afferrato da un giovane poliziotto che, con la complicità di altri due agenti, inizia a sbattergli la testa contro il muro dello stadio. Ecco i racconti di una testimone dell'epoca: «Prima col manganello lo hanno colpito sulle gambe perché le allargasse e quando non poteva più aprirle perché sarebbe caduto a terra, uno dei due uomini in divisa lo ha afferrato per i capelli e lo ha sbattuto con la testa sul muro».
Quel pomeriggio Stefano viene anche arrestato e portato in Questura, dove viene rilasciato poco dopo al termine di un interrogatorio. Secondo il racconto dei funzionari, quando Furlan arrivò nei loro uffici di via del Teatro Romano, stava bene. E invece nella testa di Stefano c'è già un vasto ematoma, di quelli che fanno sentire i loro effetti solo a distanza di ore dai colpi. Il giorno dopo, infatti, Stefano non si sente bene e non va a scuola. Le sue condizioni si aggravano nel pomeriggio di giovedì 9 febbraio, esattamente ventiquattro ore dopo la fine della partita: alle 17 esce di casa e, quando arriva al Maggiore, è già in coma profondo.
A nulla serve il delicato intervento chirurgico al quale viene sottoposto: le lesioni provocate dal colpo infertogli dal poliziotto, infatti, sono ormai irreversibili. Dopo venti giorni di agonia trascorsi nel reparto di Neurochirurgia del Maggiore, Stefano smette di lottare: il primo marzo 1984 muore. Per il suo decesso un agente di polizia sarà processato nel 1985 e condannato in primo grado per omicidio preterintenzionale.