Ebadi: «Contro il Papa minacce farneticanti, le sue parole dovevano aprire un dibattito»

«Quanto è accaduto dopo la lezione del Papa all'università di Ratisbona mi lascia sconcertata, è assurdo, è una pura follia. Proteste e minacce per la citazione di un testo medievale, addirittura il ricorso alla violenza, fanno restare allibiti. Mai avrei pensato che in una civiltà grande ed evoluta come quella islamica si potesse arrivare a tanto». A parlare così è Shirin Ebadi, scrittrice e attivista iraniana, vincitrice lo scorso anno del Premio Nobel per la Pace. La Ebadi è in Italia per presentare il suo libro autobiografico, appena uscito da Sperling&Kupfer, dal titolo «Il mio Iran».
Lei, signora Ebadi, sembra non giustificare in alcun modo la durissima reazione di parte del mondo islamico alle parole del Papa. È così?
«Non proprio. Ho compreso, sia pure con difficoltà, la iniziale reazione di irritazione, la volontà di chiarire, di ottenere dal Pontefice una spiegazione. Ma quando ho visto i fantocci con l'effigie del Papa bruciati per le strade, quando ho letto i farneticanti comunicati dei terroristi e quando le richieste di spiegazioni sono diventate minacce e ricatti, ho provato solo rabbia e sdegno. Anche perché, già domenica scorsa, Ratzinger aveva chiarito ogni cosa e il caso era davvero chiuso. Sono indignata per il fatto che un discorso teologico come quello del Papa abbia suscitato reazioni identiche a quelle che ebbero le vignette anti islamiche pubblicate da un giornale danese. Lì l'offesa c'era davvero, anche se nulla autorizzava le reazioni violente che si verificarono. Qui proprio no, al massimo si poteva innescare una discussione intellettuale, un dibattito».
Il libro che lei presenta in Italia si chiama «Il mio Iran». Com'è, oggi, il suo Paese?
«È un Paese che sta attraversando una crisi drammatica, sta vivendo un balzo indietro di venti anni. La censura è ogni giorno più rigida. Mi creda, per noi che scriviamo, che vogliamo diffondere le nostre idee, esprimersi sta diventando ogni giorno più difficile. Pensi che il governo ha recentemente negato il permesso di pubblicare nuove edizioni dei libri. Ciò vuol dire che, fra poco tempo molti testi sia classici che contemporanei diventeranno irreperibili. Inutile protestare: le proteste vengono soffocate o lasciate abilmente cadere nel silenzio. I quotidiani liberi sono ormai sotto minaccia costante o vengono chiusi. Contro la sede del maggiore quotidiano riformista sono state lanciate le bombe molotov. Per non parlare del vasto tema dei diritti umani e delle libertà per le donne. Siamo tornati all'oscurantismo più cupo».
Ritiene che la colpa sia tutta del presidente Ahmadinejad?
«Pochi lo hanno capito, ma Ahmadinejad è più pericoloso per la sua astuzia che per le sue deliranti minacce. Mi spiego meglio: il fatto che egli faccia proclami folli sulla distruzione dello Stato d'Israele ha un doppio effetto. Da un lato cerca di coalizzare le masse arabe, di creare una sorta di leadership iraniana dell'estremismo. Dall'altro, e qui sta la tremenda furbizia di Ahmadnejad, riesce a non far parlare del problema dei diritti umani. Oggi, nel mondo, l'Iran è visto come il Paese che si sta attrezzando ad avere l'arma nucleare, come lo Stato che fomenta fondamentalismo e terrorismo. Ma ci si dimentica che è anche lo Stato dove i diritti umani sono ignorati, calpestati, dove gli oppositori sono incarcerati e torturati, dove la democrazia è puramente formale. Ahmadinejad non è solo il pazzo che dice che la Shoah è un'invenzione, è anche il capo astuto e autoritario di un governo che è l'espressione del conservatorismo più bieco, è la faccia laica di un regime al cui vertice ci sono gli ayatollah più reazionari!».
Ritiene che l'Occidente debba trattare Ahmadinejad come trattò Saddam o i talebani dell'Afghanistan?
«No, per carità. Un attacco all'Iran su modello di quelli contro Afghanistan e Iraq sarebbe una catastrofe non solo per il mio Paese, ma per l'intera regione. Occorre negoziare, trattare, costringere Ahmadinejad a cambiare rotta, favorire l'opposizione che può esserci, può risollevarsi, può operare per un cambiamento. Occorre essere durissimi non solo sul tema del nucleare, ma sulla questione dei diritti. Bisogna creare una vera e propria coalizione di tipo nuovo, senza armi e senza bombe che costringa a rispettare il nostro popolo, i nostri diritti. Gli americani gli occidentali devono capire che dietro Ahmadinejad non c'è il popolo iraniano, ma che esso è la prima vittima di un governo che offende la democrazia. Noi non siamo in alcun modo complici di questo regime che vuole chiuderci in un soffocante, cupo silenzio. Esistono scrittori, giornalisti, professionisti, donne che amano la libertà, che sono pronti a sostenere un vero cambiamento. Ecco, il mio Iran non è un Paese arretrato, non è un luogo dove i cittadini vivono appagati da una teocrazia medievale: i miei connazionali, appena verranno lasciati liberi di farlo, sono pronti a stupire il mondo. Vorrei che il mio libro, tutto quello che faccio, aiutasse a capire proprio questo».
Tommaso Debenedetti