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LETTERATURA Ospite del Festival nella Basilica di Massenzio l’autore del «Giudizio di Paride» Gore Vidal: «L’Italia è rimasta al tardo impero» Lo scrittore a Roma ha parlato di libri, intrighi nostrani e trame americane

ROMA «Mi diverte, mi appassiona questa Italia tragica, mi fa ridere e mi fa arrabbiare. Anche ora che non ci vivo più, sento che tornarci ogni tanto è un obbligo, una mia necessità incoercibile». Gore Vidal, uno dei massimi narratori americani viventi, i cui romanzi disegnano ritratti impietosi della società statunitense e del mondo politico degli States, è a Roma dove ha partecipato alla serata conclusiva del Festival delle Letterature nella basilica di Massenzio. Vidal è rilassato, il grande caldo di questi giorni non sembra affaticarlo. «Mi piace stare qui, in questa Roma, in questa Italia che non sembra mai uscita dalle trame del tardo impero», sorride. Allude agli scandali che riempiono le cronache dei giornali, al caso Savoia e agli scandali ad esso connessi. «Una vicenda deprecabile - commenta - di uno squallore assoluto, ma pure romanzesca, a suo modo affascinante. Un principe pieno di miliardi e i suoi loschi compari che getta via la storia di una dinastia millenaria dietro a un traffico di donne, politici che distruggono la loro carriera per mandare in televisione ragazzine che li hanno premiati coi loro favori... Una storia che gronda fasto e corruzione, che svela l'arrogante sfrenatezza dei potenti, la loro libidine losca e violenta... Sembra di stare ai tempi di Roma antica, di quando Roma stava per finire...».
Proprio all'Italia, e a Roma, Vidal ha dedicato alcune delle più intense pagine di un suo romanzo del 1953, e ora apparso in traduzione italiana da Fazi, dal titolo «Il giudizio di Paride» (pagg. 379, euro 18).
Può raccontarci brevemente, Vidal, «Il giudizio di Paride»?
«Lo scrissi quando avevo trenta anni, e volevo raccontare una storia d'iniziazione sentimentale. Ma volevo farlo attraverso un mito greco, quello di Paride, perché mi pareva, allora come oggi, che passato e presente, miti classici e realtà del nostro empo, s'affianchino e si corrispondano. Così, come Paride, il mio Philip, giovane appena laureato ad Harvard, vagabonda in Europa per un anno e si trova di fronte tre donne, e l'impossibilità di scegliere fra loro. La moglie di un politico americano potente, una dotta archeologa, e la bellissima moglie di un industriale. Il potere, la saggezza e la bellezza».
Già in quella sua opera giovanile si nota molta ironia, molta satira verso la società dei ricchi e potenti...
«Molta rabbia, soprattutto. Mi piaceva osservare la sfrenatezza, la corruzione, la stupidità dei potenti e raccontarle. Mi piaceva portare sulla pagina le ipocrisie bestiali dei rampolli dell'alta società imperiale, dell'impero attuale intendo, cioè gli Stati Uniti».
Nel tempo, però, quella sua osservazione dell'alta società americana si è fatta più cupa, indignata, sebbene sempre accompagnata da sarcasmo.
«Negli anni, l'America, dico quella di Washington e dei circoli del potere, si è fatta meno ridicola e più cattiva, c'è stato il Vietnam e le tante guerre volute dai fabbricanti di armi e dagli industriali petroliferi che mantengono da decenni le massime cariche dell'Amministrazione per rafforzare i propri poteri. Come oggi, quando le guerre del signor Bush, dall'Afghanistan all'Iraq, hanno avuto l'unico fine comune di controllare i giacimenti del petrolio asiatico per evitare di dipendere dai sauditi. Guerre di puro interesse economico mascherate da lotta al terrorismo o addirittura da esportazione della democrazia».
Ritiene che l'America di Bush stia preparando una nuova guerra?
«Sì, siamo in uno stato di guerra perenne, mai conclusa. La cosiddetta lotta al terrore è proprio questo, uno scontro infinito per colpire dove fa più comodo e nel momento in cui fa più comodo. Tra poco tempo toccherà all'Iran. Le premesse ci sono tutte, piani d'attacco sono pronti...».
La società americana sostiene Bush?
«Lo deve sostenere, perché il controllo dei mezzi di comunicazione e del consenso è fortissimo. Ma gli americani hanno problemi diversi. La violenza, gli odii razziali, la cris economica che serpeggia ovunque, la disperazione nelle periferie, ma di questo, a Washington, si preferisce non occuparsene».
Come valuta la letteratura negli Usa di oggi?
«Povera, purtroppo. C'è molto mestiere, molta abilità di narrazione, ma poca energia. Ci si è come assuefatti, non si vede più quello che si ha intorno, e non si grida mai, non si denuncia mai, o lo si fa in modi prevedibili e in fondo comodi, banali. Vorrepiù forza, più ironia, vorrei che gli scrittori si arrabbiassero e che corressero dei rischi, invece sono come addormentati. O forse rassegnati».
Tommaso Debenedetti