Quella massa di profughi che lasciò il Nordest, dopo Caporetto

di Marina Rossi

La popolazione civile - come scrisse Franco Cecotti, curatore del volume Un esilio che non ha pari (ed. Goriziana 2001) - ha assunto un ruolo centrale nei conflitti del Novecento, è divenuta ostaggio, oggetto di pressioni e minacce, da parte degli eserciti che, dopo il 1918, hanno combattuto (e combattono) sempre più spesso contro di essa, per ripulire interi territori, com'è accaduto nelle recenti guerre jugoslave. E come accade, con crescente frequenza, negli stati africani ed in Iraq.
La presenza del profugo, del rifugiato, così definito dalla terminologia delle Nazioni Unite, ereditate dalla Società delle Nazioni, oggi ineludibile, costituisce una delle rappresentazioni più usuali delle guerre contemporanee.
Ne è ben consapevole Daniele Ceschin, autore del volume «Gli esuli di Caporetto. Profughi in Italia durante la Grande Guerra»: il volume viene presentato oggi al Circolo della Stampa di Trieste, in corso Italia 13. Attraverso una ricca documentazione, reperita in vari archivi, in cui assume un rilievo fondamentale il fondo del Comitato parlamentare veneto per l'assistenza ai profughi, Ceschin, che svolge attività di ricerca all'Università di Venezia, apre in modo inedito un nuovo capitolo di storia sociale sui fronti sterminati ed inesauribili della Grande guerra.
Al centro della sua ricerca c'è l'odissea dei profughi, vittime della rotta di Caporetto. Quei seicentomila civili, donne, vecchi, bambini, che nell'ottobre del '17 furono costretti ad abbandonare Udine, Treviso, Venezia e tante altre località minori, rappresentano la più grande tragedia che colpì la popolazione italiana nel periodo del conflitto ed in termini assoluti la più vasta fino al periodo 1940-1945. Quell'esodo di massa costituisce, per certi versi, un unicum nella storia dell'Italia unita ed assume una molteplicità di significati simbolici. I fuggiaschi riparati in Italia diventarono, in qualche modo, il ritratto della zona occupata, il segno tangibile di una guerra vicina e presente, in cui alla dimensione militare si era aggiunta una dimensione civile, difficilmente decifrabile.
Diari, memorie più o meno attendibili, scritti soprattutto da ufficiali e sottufficiali protagonisti della ritirata, cronache parrocchiali, testimonianze di ogni tipo, costituiscono una letteratura praticamente sterminata su Caporetto e sulle due settimane immediatamente successive. Fonti che, nella maggior parte dei casi, restituiscono il senso del disastro militare dovuto, come attestano i documenti di storia militare, ad una sottovalutazione delle forze nemiche e delle capacità strategiche degli austrogermanici. Il 24 ottobre 1917, uno dei generali comandanti, Pietro Badoglio, assicurava, infatti, il Comando supremo di stanza a Udine, che, di fronte al suo corpo d'Armata, il XXVII, ossia davanti a Tolmino, dove le difese italiane avrebbero dovuto essere più forti, non erano presenti grandi preparativi nemici. Alle ore 18 Cadorna era ancora «tranquillo, sorridente», ignaro del fatto che gli austrogermanici avessero già risalito la valle dell'Isonzo e che i tedeschi, da un paio d'ore, occupavano Caporetto. Solamente in serata il Comando Supremo si sarebbe reso conto delle reali dimensioni della disfatta. Da qui le reazioni di Cadorna, che preferì attribuire la responsabilità della sconfitta al disfattismo dei soldati, con le nefaste conseguenze che conosciamo (processi, condanne, esecuzioni sommarie), per assolvere se stesso, Capello e Badoglio.
. La rotta provocò complessivamente 280.000 prigionieri ed almeno 350.000 sbandati. Una fiumana di sfollati provenienti da Cividale, Udine, Tolmezzo, Palmanova, Pordenone, Sacile, Conegliano, Belluno e da molte altre località rurali, iniziò una lunga marcia «verso l'Italia». Di questo esodo l'autore analizza modalità e scansioni ne individua le cifre, ne esamina le motivazioni all'interno di diversi gruppi sociali, affronta il problema non meno arduo dell'assistenza e delle complesse identità umane e nazionali dei profughi, i loro difficili rapporti con le popolazioni locali nell'Italia centrale e meridionale. L'arrivo degli esuli o semplicemente la loro presenza contribuì a diffondere le notizie più disparate.
Si fuggiva o si era tentati di farlo per paura. Panico e confusione furono alimentati dalla propaganda del Regio Esercito, che da dicerie popolari, secondo l'esercito nemico, era composto in gran parte da turchi, bulgari e slavi. In un'Italia duramente provata dalla guerra la convivenza tra i residenti ed i nuovi arrivati non fu affatto semplice. I profughi furono, inoltre, vittime delle misure repressive adottate dal Governo Orlando, che diffidò sempre del loro patriottismo. Persino dei bambini furono accusati di aver fornito indicazioni al nemico.