In vendita la residenza del «Gelso dei Fabiani» a S. Daniele del Carso

di Renzo Sanson

TRIESTE «Ci fermammo all'ombra di una gran cupola verde, davanti alla porta di una casa lunga e bassa. Era la casa della famiglia Fabiani. Sull'architrave dell'ingresso centrale lessi scolpita nella pietra la data del 1792. Mi guardai intorno e vidi un piazzale ingentilito da piante rare e dominato al centro da un albero favoloso, certamente plurisecolare. Era un gelso di dimensioni mostruose, le cui fronde erano state costrette dalle abili mani di un abile e ingegnoso giardiniere a formare una gran volta, una cupola circolare, un gigantesco baldacchino. Un autentico incantesimo». È un passo del romanzo «Il gelso dei Fabiani» di Renato Ferrari - pubblicato nel 1975 dall'editore Marino Bolaffio e ristampato più volte - che racconta la storia di un piccolo mondo antico, un microcosmo carsico che per secoli aveva fatto parte del multilingue Impero asburgico («Quando ero bambino - ricordava lo scrittore - credevo che "kruh", "Brot" e "pane" fossero semplici sinonimi della stessa parola in una lingua unica»), attraverso la storia tenera e brillante di Charlotte von Kofler, triestina «emigrata» sul Carso sloveno nel 1844, a Kobdilj, a due passi da Stanjel (San Daniele del Carso), dove conobbe Anton Fabiani, che sposò e al quale diede dodici figli, tra i quali Max, che sarebbe diventato un grande architetto, l'architetto dell'Impero.
Charlotte era la bisnonna di Renato Ferrari (1908-2002), il quale si rivelò scrittore proprio raccontando la storia della sua famiglia e di quel mondo di ieri al quale rimase sempre legato. Un mondo perduto, forse per sempre. Come il suo gelso secolare.
Qualche giorno fa, tra gli annunci economici del «Piccolo» si poteva leggere: «Vendesi in Slovenia Kobdil 39 (San Daniele del Carso) la tenuta agricola appartenuta all'architetto Max Fabiani con casa padronale e con sorgente. Telefonare a...».
Se ne sono accorti soltanto i potenziali acquirenti. A Kobdilj - prima Austria, poi Italia, poi Jugoslavia, oggi Slovenia - abitano gli eredi del fattore dell'ultimo Fabiani. «Mia mamma, che ha 87 anni, è proprietaria dell'azienda Fabiani - conferma Renzo Gasparri, 50 anni, che capisce bene l'italiano, ma preferisce esprimersi in sloveno. - Mio padre era "oskrbnik tega posestva" (amministratore di questa tenuta) e il figlio di Max Fabiani, Lorenzo, che era agronomo e lavorava per la Fao a Milano, gliel'aveva lasciata in eredità. Per anni, dopo la seconda guerra mondiale, la casa è rimasta vuota. Per qualche tempo ci hanno vissuto degli impiegati statali. Il dottor Lorenzo negli anni Cinquanta tornò a San Daniele per mettere ordine, sistemare le cose, rifare i conti, vendere parte del patrimonio familiare. Non conosceva nessuno e si è affidato a mio padre. Tornava ogni tanto a trovarci. Quando morì di cancro alla prostata all'ospedale di Gorizia, lasciò la proprietà a noi. La moglie era d'accordo, figli non avevano. Da allora ne siamo proprietari».
Perchè avete deciso di vendere tutto? «"Zato kar je preveliko" (perchè è troppo grande)!. Siamo io, che lavoro a Duttogliano, mia mamma e i miei figli. Mia sorella abita a Lubiana. Così ho costruito una piccola casa accanto a questa e siamo andati ad abitarci. Mantenere l'azienda Fabiani è diventato troppo oneroso: ci vuole tanto lavoro e soprattutto tanti soldi. Se c'è un muro da riparare, va subito un milione... Non ce la facciamo più. Vorremmo vivere in pace».
San Daniele ha anche un bel museo dedicato all'artista Luigi Spacal. Non avete pensato di rivolgervi al Comune o allo Stato? «Lo Stato non ha soldi. Mia cugina ha fatto un tentativo con il Comune, ma "ni sluha ne duha": non abbiamo avuto nessuna risposta». E, dopo l'annuncio sul «Piccolo», avete avuto richieste? «Ci ha telefonato una signora di Trieste e un signore è venuto a vedere la proprietà...». Che consiste? «C'è la grande casa Fabiani con il cortile di 1500 metri quadrati, poi la "braida", quasi un ettaro di terra che produce mele, pesche, fichi, patate, verdure, abbiamo anche 100 viti, insomma tutto quel che si può coltivare qui. Il posto è ideale, protetto dal vento, tranquillo, tutto ben costruito e in ottime condizioni. Il famoso gelso dei Fabiani è sempre lì. C'è anche un laghetto d'acqua sorgiva con un vivaio ittico. Se vuol dare un'occhiata, venga pure a trovarci».
«Mi ricordo l'incanto di quel posto per esserci stata spesso con mio nonno da bambina - dice Valentina Rasini, nipote di Renato Ferrari, che vive a Milano. - Ci eravamo tornati pochi anni fa, per il suo funerale. C'erano anche gli attuali proprietari e l'anziana signora, moglie dell'ultimo fattore, era molto commossa. Sono dispiaciuta e perplessa che abbiano deciso di vendere. Quando l'ho saputo, ho pensato che, se mia mamma fosse ancora viva, avrebbe saputo mobilitare il mondo culturale per evitare che il "Gelso" diventi un bagno termale o una clinica di bellezza privata».
«È un patrimonio di cultura che rischiamo tutti di perdere - dice con un filo di voce Marco Pozzetto, massimo esperto di Max Fabiani, sul quale ha scritto fior di articoli, saggi, libri e monografie, come quella pubblicata nel 1998 dalla Mgs Press. - I confini fra Italia e Slovenia ormai non esiste più, ma in questi anni la destra al potere da noi in qualche modo li ha mantenuti. Io sono troppo vecchio e conto poco, ma qualcuno dovrebbe fare qualcosa, sollevare il problema, farsene carico, salvare almeno la memoria dei Fabiani, i quali anche per la storia e la cultura di Trieste hanno pur rappresentato qualcosa. Oggi a ricordare il grande architetto e urbanista dell'Impero è rimasto solo il nome dell'Istituto per geometri. Quanto a me, ho pronto l'ennesimo libro su Max Fabiani, che nessuno leggerà».
«Preferirei che la proprietà venisse acquistata da una cordata di sponsor - propone la nipote di Ferrari - guidata dalle Università di Trieste e di Lubiana, per farne un centro culturale-letterario mitteleuropeo, che poi era il sogno di mio nonno».
Le probabilità sono scarse, anche se già esisteva un progetto simile. «Duino Aurisina era il comune più avanzato nella progettazione europea - dice l'ex sindaco Marino Vocci: - ma quando è cambiata l'amministrazione tutti i progetti sono morti. Uno di questi prevedeva un itinerario da Duino a Stanjuel, cioè San Daniele del Carso, tra i due castelli, quello di Rilke e di Chopin e il castello di Max Fabiani e di Spacal. Era un progetto - che non andò in porto non per mancanza di fondi, bensì di volontà politica - teso a collegare questi due mondi tra il Carso e il mare, e per valorizzare l'area di Sistiana in una logica più ampia».
Neppure la Slovenia ha fondi? «La Slovenia oggi è in "Obiettivo Uno" - fa notare Vocci, - quindi i soldi non le mancano. Se un'amministrazione italiana portasse avanti questi progetti, un Interreg, in cui s'inserisca un discorso transfrontaliero, avremmo dei grandi vantaggi e ricadute anche economiche. San Daniele ha la mostra permanente di Spacal, molto bella, ha la storia legata a Max Fabiani: secondo me, legare gettare un ponte tra questi due castelli sarebbe interessante anche dal punto di vista turistico. La casa di Max Fabiani potrebbe diventare un museo in cui esporre i progetti che Fabiani fece a Vienna e altrove in Europa, da Palermo a Parigi, da Venezia a Londra, da Salisburgo a Trieste, da Gorizia a Lubiana. Potrebbe essere un'idea - conclude Vocci - che meriterebbe un po' di attenzione da parte delle amministrazioni comunali interessate, ma anche provinciali e regionali. I soldi non mancano. E non bisogna dimenticare che Stanjel è sede del Centro regionale della progettazione europea della Slovenia, e quindi avrebbe tutto l'interesse a fare di San Daniele del Carso un piccolo gioiellino, come noi abbiamo Duino e il suo castello».
«Desideriamo restare quel che eravamo, finchè possiamo», dice Anton, il marito di Charlotte, nel «Gelso dei Fabiani». Ma l'incantesimo potrebbe finire. E con esso anche uno dei più bei ricordi del mondo di ieri. «Vendesi in Slovenia Kobdil 39...».