ARCHIVIO il Piccolo dal 2003

Gordimer: l’ombra dell’apartheid non è svanita

ROMA «Ogni mattina, quando mi metto a scrivere, ho paura. Una paura quasi superstiziosa di non riuscire a riempire la pagina bianca, di non avere idee per andare avanti. Ecco perché non ritengo che la scrittura sia un mestiere: il mestiere lo fai tutti i giorni, scrivere no. Puoi non riuscirci per mesi, per settimane, o puoi lavorare tanti giorni e poi buttare tutto».
Così Nadine Gordimer, una delle massime figure della narrativa mondiale, Premio Nobel nel 1991, spiega il suo rapporto con la scrittura. «Ho cominciato a scrivere, da ragazza, per una rabbia che mi esplodeva dentro, per una ferita che mi spingeva, in qualche modo, a gridare, gridare creando storie. Leggevo Cechov, Hemingway, ma soprattutto ascoltavo e guardavo il mondo attorno a me, l'ingiustizia feroce del mio Sud Africa». La Gordimer, autrice di opere celebri quali «Un mondo di stranieri», «Occasione d'amore», «Il salto», «L'aggancio» cariche di vibrante denuncia nei confronti del regime dell'apartheid e dei suoi duraturi effetti, è a Roma dove ieri sera, nella Basilica di Massenzio, è stata protagonista di un incontro nell'ambito del Festival Letterature.
La Gordimer parla piano, ha toni garbati, una voce limpida, tranquilla, che l'età ha incrinato appena. Ma dietro quel garbo, quell'eleganza, s'avverte una venatura di sdegno, un'energia che ha portato la scrittrice, e ancora la porta, a scagliarsi con lucida determinaione contro i soprusi e le ingiustizie del suo Paese e del mondo.
Può descriverci, signora Gordimer, il Sud Africa a dodici anni dalla fine del regime dell'apartheid?
«Devo essere sincera. Non credevo di poter vedere con i miei occhi la fine di quel regime. Pensavo, pensavamo tutti quando lottavamo perché cessasse quell'infamia, che i frutti si sarebbero visti nelle generazioni future, e quella certezza bastava. Invece, ancora adesso quando mi sveglio mi ripeto incredula: l'incubo è finito, è finito davvero. Ma i mali che il regime ha creato non sono finiti. La popolazione nera, dopo decenni di segregazione, è divisa fra coloro che vogliono tutto e subito, come in una sorta di rivendicazione infinita, e coloro che sono ancora timorosi, incerti, quasi dovesse tornare d'un tratto quella situazione atroce, come se dovessero tornare di colpo, per decreto, a vivere segregati e senza diritti. Solo pochi, troppo pochi riescono a vivere la democrazia come un fatto normale. E questo mi spaventa, come mi spaventa l'atteggiamento dei bianchi».
Perché?
«Perché, a parte certi gruppi ultraconservatori che rimpiangono il passato regime, la maggioranza di loro si sente spiazzata, usa con i neri un comportamento talora di eccessiva gentilezza, un comportamento immotivato, quasi ci si dovesse scusare. Ma si sa che dal senso di colpa collettivo non viene nulla di buono».
I temi dei suoi romanzi, dopo la fine dell'apartheid, sono cambiati...
«Non credo, almeno non in profondità. Da sempre ho voluto raccontare senza censure a realtà che avevo intorno. Prima quella realtà era la segregazione dei neri, ora la realtà è questa confusione immensa del mio Sud Africa».
Anche in Europa, come lei avrà constatato, si assiste sempre più al diffondersi di una società di tipo multietnico.
«È un fenomeno affascinante. Ma quando vedo episodi di xenofobia tanto diffusi, un razzismo che mai come oggi sta raggiungendo livelli tremendi, mi domando cosa facciano per evitare tutto questo i governi e l'Unione Europea. Ben poco. Gli intellettuali, gli scrittori, dovrebbero gridare di più contro il razzismo e la xenofobia, contro l'apartheid invisibile che domina in tante città d'Europa».
Tommaso Debenedetti