Mentre la maggioranza tenta di presentarsi in Consiglio comunale con una posizione condivisa sul terminale off-shore di rigassificazione di Endesa, i comitati di cittadini si schierano senza dubbi e senza mezzi termini per il «no» al progetto della società italo-spagnola e a quello di Gas Natural per la costruzione di un rigassificatore in zona portuale a Trieste.
Il Comitato No terminal, lo stesso che dieci anni fa lottò ferocemente contro il progetto della Snam, il Comitato per la salvaguardia del golfo di Trieste e il Comitato Monte d'Oro continuano del resto a sottolineare i rischi connessi alla presenza di un impianto del genere in caso di incidente. O di attacco terroristico. Una variabile che, in effetti, nel 1995-96 non esisteva sulla scena nazionale e internazionale. «Gli impianti sarebbero tra gli obiettivi più attraenti per i terroristi», affermano i tre comitati in una nota distribuita a margine dellultima riunione della commissione consiliare per la Programmazione territoriale economica, convocata proprio per prendere in esame il progetto di Endesa. «Un incidente o attacco potrebbe dare luogo - sottolineano - a un catastrofico effetto domino per la presenza di altri impianti in zona a rischio rilevante».
Se realizzati, i due progetti sarebbero però di certo causa, secondo i comitati, di pesanti danni economici, ambientali e al settore turistico. Le associazioni tirano in ballo i vincoli alla navigazione attorno agli impianti che quindi creerebbero problemi all'attività dei porti. I comitati ritengono inoltre, a differenza della posizione molto più cauta assunta dal tecnico incaricato dal Comune di valutare il progetto, che lo scarico di acqua fredda e clorata provocherebbe gravi danni alla pesca e all'ecosistema marino «in un processo irreversibile, in questo catino poco profondo che è lAdriatico settentrionale». Cè poi il rischio di sversamenti a mare e, soprattutto per Trieste, l'emissione di gas serra in quantità considerevole. I comitati si chiedono poi se esista davvero un«emergenza gas» in Italia, soprattutto se «lEnel e lEni continuano a venderlo allestero, evidentemente perché si guadagna di più a esportarlo, realizzando notevoli profitti».
In assenza di un Piano energetico nazionale si sono poi progettati undici terminali lungo le coste italiane. «Perché invece non sviluppare lenergia da fonti alternative - domandano i comitati, quella solare in primis, diminuendo le dipendenze varie, come in altre parti dEuropa? Perché non agire già oggi, eliminando gli sprechi e il surplus di consumo di energia, conseguenza di bisogni indotti e modelli di consumismo spinto?». di
Laura Borsani
«Che dire? Piuttosto che peggio... Spero che questi ventanni vengano scontati». È lultimo sfogo di Veneranda Ceccotti, madre del monfalconese Paolo Grubissa, ucciso dallamico e datore di lavoro Salvatore Allia. Ora che il processo dAppello ha calato il sipario, nel segno dellaccordo tra le parti, fuori dallaula, scandisce il suo «verdetto» di madre: «Voglio che Iddio gli dia ciò che merita per quanto ha fatto a mio figlio». Lo ha sottolineato con forza, fuori dallaula del Tribunale. Nel momento in cui le parti avevano appena sancito il «patto» per chiudere il processo. E i legali convenivano: «È una soluzione dignitosa per tutti». Accordo accolto, dunque, dal presidente della Corte, Oliviero Drigani. Ieri mattina, dopo la lettura della sentenza, il giudice sè rivolto ad Allia: «Preghi perchè le è andata bene. Cè stato comunque un morto».
Per Salvatore Allia sono stati confermati i 20 anni di carcere per lomicidio del monfalconese Paolo Grubissa. Il catanese ha «soppresso» (comè stato definito in aula) il suo cadavere, non lha occultato: per questo, tuttavia, non cè stata modifica di pena. Limputato ha altresì già versato 85 mila euro ai familiari della vittima, a parziale risarcimento delle parti civili, rappresentate dai legali Raffaele Mauri e Lucia Galletta: 65 mila euro sono stati destinati alla figlia minorenne del monfalconese, e 20 mila euro alla madre Veneranda Ceccotti.
In questi termini si è chiuso a Trieste il processo in Corte dAssise dAppello a carico di Allia che il 24 novembre 2003 ha ucciso con un colpo di pistola Tokarev Paolo Grubissa lungo il tragitto verso il Portogruarese. Per lomicidio, il catanese era stato condannato in primo grado a 20 anni di reclusione. E ieri la Corte dAssiste dAppello presieduta da Drigani, consigliere relatore Angelica De Silvestre e 6 giudici popolari, li ha ribaditi sancendo laccordo tra le parti, la difesa sostenuta dagli avvocati Mario Murgo del Foro di Trento e Bruno Malattia del Foro di Pordenone, e la pubblica accusa rappresentata dal sostituto procuratore antimafia Raffaele Tito. Laccordo siglato nel solco dellex articolo 599 del Codice di procedura penale, è stato propedeutico alla rinuncia dei rispettivi motivi dAppello: i ricorsi pertanto sono stati contestualmente ritirati da entrambe le parti. Così il processo per Salvatore Allia non sè celebrato lasciando il posto a una concordata formula risolutoria.
La sentenza con la quale la Corte ha accolto laccordo è risuonata in aula verso le 11.30. Ventanni di reclusione la pena finale per Allia che sta scontando rinchiuso nel carcere di Vicenza. La difesa ha tuttavia consentito la riqualificazione del reato di occultamento di cadavere, reato impugnato dal pubblico ministero, quale soppressione, pur mantenendo invariata la pena dei 20 anni. Ergo le conclusioni sottoscritte: «I difensori dellimputato e limputato comunicano che è stata già consegnata alle parti civili la somma di 85 mila euro volta a parziale ristoro risarcitorio. Anche alla luce di ciò, limputato e i difensori dichiarano di rinunciare a tutti i motivi di Appello, consentendo, come da accordo con il Pm secondo lex articolo 599, alla riqualificazione del reato di occultamento di cadavere quale soppressione, pur a pena finale invariata. Il Pm, da parte sua, conferma il proprio consenso nei termini così esposti, dichiarando di rinunciare per effetto ai propri motivi di ricorso e di Appello».
Quindi le parti civili: «A loro volta - recita laccordo -, danno atto di aver ricevuto gli importi complessivi risarcitori stabiliti. Dichiarano altresì di non richiedere in questa sede la rifusione delle spese processuali». La Corte si ritira e nel giro di mezzora rientra in aula e detta la parola fine.