«Leonardo», la scienza in tv resa comprensibile a tutti

«Ormai sono certa che non è possibile sapere di amare una cosa finchè non la si fa davvero». Parla Silvia Rosa Brusin, vice caporedattore e conduttrice del Tg Leonardo di Rai Tre, incontrata a Trieste, in occasione di un servizio-lezione ai ragazzi del master in comunicazione scientifica della Sissa, e successivamente nella redazione di «Leonardo» a Torino. Il quotidiano di divulgazione scientifica (in onda dal lunedì al venerdì alle 14.50, www.leonardo.rai.it) a cura di Battista Gardoncini, è un'esperienza unica in Europa che riesce ad coniugare l'attualità all'approfondimento.
Partiamo degli inizi
Ho fatto il liceo classico, e poi Storia dell'arte all'università. Iniziai a lavorare per mantenermi all'università. Dovevo «riempire i buchi» tra un programma e l'altro a «TeleTorino International», la tv privata della Fiat. Ho iniziato a fare la giornalista, senza saperlo. Poi, vendettero la tv, pensando che il privato non avrebbe mai avuto successo. La comprò Berlusconi. Mi ero resa conto che il giornalismo mi attraeva, e dalla tv passai a «Stampasera», e poi a «La Stampa», con un percorso inverso al tradizionale: dalla cultura alla cronaca. Il pezzo che mi lanciò fu proprio su Leonardo da Vinci e venne pubblicato in terza pagina, facendo arrabbiare moltissimo la mia professoressa. Da quel momento la mia vita universitaria fu terribile. Per cominciare è indispensabile avere qualcuno che ti dia un'occasione. Ho lavorato sette anni senza ferie, svegliandomi ogni mattina con la stessa domanda: «Oggi cosa mi invento»?
Come è passata alla scienza?
Sono entrata in Rai nel 1987 ed ho fatto un po' di cronaca e cultura, ma non mi vedevo per sempre a parlare di fatti locali. Quando nel 1992 c'è stata la proposta del Consiglio di amministrazione sulla Scienza nella sede di Torino, non ci ho pensato un attimo. Ho iniziato a condurre Leonardo a settimane alterne. Condurre ha i suoi pregi, ma io volevo uscire per lavorare.
In tv i tempi sono sempre un problema: perché Tg Leonardo ha solo dieci minuti?
Leonardo cominciò con dieci minuti, e dieci sono rimasti. Ma è già un bel risultato che sia ancora in onda: dipende tutto dal direttore. C'è un'aspra lotta sul palinsesto. È capitato anche che fossimo a rischio di cancellazione, quando un direttore, volendo dare un'impronta più nazionalpopolare alla programmazione, provò ad usare il nostro tempo. Il mio caporedattore d'allora, Roberto Antonetto (fondatore di Tg Leonardo, n.d.r.), lottò duramente, ma non riuscì ad evitare lo spostamento alla mattina.
Com'è cambiato il lavoro con Internet?
Oggi è un altro mondo. I primi anni sono stati faticosissimi: basti pensare alle notizie d'attualità senza Internet, l'accesso alle banche dati e altro. Il difetto di Internet è che bisogna distinguere all'interno, i tipi di contenuti: è un fatto di cultura, uno strumento. Se non hai una solida cultura non serve a nulla.
Dall'aviaria alle bufere, alle estati mai calde ma «africane»: cosa pensa quando vede tematiche scientifiche affrontate in modo allarmistico-emozionale?
Che posso fare? Allargo le braccia. Non amo le notizie meteorologiche: sono fra i pochi italiani non preoccupati dal tempo del giorno successivo. Non voglio criticare i miei colleghi, a volte sono i direttori a imporre qualche servizio, pensando di fare quello che la gente chiede. Potrebbe essere una moda mutuata dall'America, dove l'allarmismo ha un senso, perché lì le dimensioni sono amplificate. Invece,sull'aviaria, non sarei così netta. A volte si confonde l'allarmismo con la maggiore informazione. Certo, il limite è molto labile, perché la percezione della gente è particolare. Anche quando facciamo i servizi per i tg nazionali ricordiamo che in Oriente l'aviaria c'è sempre stata, e che ci fu anche in Europa, negli anni '80. Peraltro, l'Organizzazione mondiale della sanità, diversamente da altre volte, ha dato un allarme globale ben preciso, anche perché non darlo significava non preparare alla difficoltà tutte le nazioni. Spesso serve spendere molto per mettere in atto delle misure preventive. Può essere che qualche giornalista ci abbia un po' marciato sopra, ma l'Organizzazione mondiale della sanità è indubbiamente una fonte affidabile.
Ha ancora senso l'albo dei giornalisti?
È un po' una lobby, ma ha un senso. La nostra professione ha bisogno di un metro, un limite. Il giornalista deve rispondere anche eticamente di quello che fa. Ad esempio, sulla privacy, ci dev'essere una regola.
Da quasi vent'anni lei lavora alla Rai. Un bilancio?
Tutto può essere perfettibile, ma amo il mio lavoro: sono riuscita a scavarmi una nicchia che mi ha permesso di incontrare le persone più interessanti del mondo, di andare in posti affascinanti, di scoprire qual è la mia grande passione, le missioni spaziali. La Rai può avere molti difetti, ma per ora le sono grata per quello che mi ha dato. Non so se durerà, perché ogni anno ci troviamo a discutere per continuare a fare «Leonardo».
Ogni giorno è un conto alla rovescia: in redazione alle 9, senza sapere quando si finirà. Coordinarsi all'interno della famiglia Rai è fondamentale: prenotare il montaggio, fare i servizi per i nazionali, le trasferte. I timer scandiscono il tempo. Nelle prime ore la scaletta è pronta: i giornalisti iniziano a lavorare, tra agenzie, telefonate e-mail. Verso mezzogiorno il ritmo aumenta: alle 12.53 il testo del servizio è pronto, alle 12.59 bisogna scegliere le immagini. Poi, di corsa a registrare l'audio: ore 13.06. Quattro minuti più tardi si è già al montaggio. Alle 14.09 a mangiare in mensa, poi, sempre con l'occhio all'orologio, di nuovo in redazione a controllare che non ci siano novità, e poi, finalmente (14.40) tutti pronti alla diretta. Si aspetta la linea da Roma, e alle 14.53…in onda.
Beniamino Pagliaro
(Liceo classico D. Alighieri - Trieste)