Lia Levi: racconto la Shoah ai bambini

TRIESTE Al tempo delle leggi razziali era una bimba di otto anni. Per lei, scolaretta delle elementari, l'idea di discriminazione e pregiudizio era lontana anni luce. Tanto da vivere quelle regole che spalancavano una voragine tra gli ebrei e la «razza italiana», con innocenza assoluta, come qualcosa di connaturato alla società e al vivere civile («credevo fosse sempre stato così»).
La storia costringe però molto presto la bambina Lia Levi a realizzare il senso della tragedia che si va compiendo. Ed è da qui, da questa scoperta densa di stupore e sofferenza, che prende le mosse un percorso di vita e di lavoro contrassegnato dalla testimonianza della storia e dalla lotta al razzismo.
Lia Levi, giornalista e scrittrice, parlerà proprio di memorialistica e di autobiografia domani alle 18, al Museo ebraico «Carlo e Vera Wagner», nel secondo appuntamento del corso «Essere ebrei in Italia» promosso dall'Istituto regionale per la cultura ebraica in collaborazione con la Regione, il Museo stesso e il patrocinio del Dipartimento di storia e storia dell'arte dell'università di Trieste. Insieme a lei, al tavolo dei relatori, Aldo Zargani, autore nel '95 di «Per violino solo, la mia infanzia nell'Aldiquà» e Cristina Benussi, docente di letteratura italiana all'ateneo triestino.
A 74 anni, due figli e tre nipoti, Levi continua a raccontare con passione, soprattutto ai giovani, le leggi sulla razza, l'emarginazione progressiva degli ebrei dalla scuola e dal lavoro, la deportazione e lo sterminio nazista. Scampata, il 16 ottobre del '43, al rastrellamento del ghetto di Roma perché nascosta dalla famiglia in un convento di suore, nel dopoguerra giocherà un ruolo importante nella divulgazione della cultura e della tradizione ebraica italiana.
Laureata in filosofia, dopo la guerra arabo-israeliana del sei giorni fonderà, infatti, il mensile «Shalom», che dirigerà per trent'anni fino ad approdare negli anni '90 alla narrativa («il giornalismo - sorride - è un mestiere adatto all'età più giovane: si va in giro, si sta in mezzo alla gente»). Autrice di originali radiofonici, ha scritto «Una bambina e basta», pubblicato nel '97 e divenuto ben presto un best seller nelle scuole; «L'albergo della magnolia»; «Tutti i giorni di tua vita», saga di una famiglia ebrea romana dagli Venti all'Olocausto e il recente «Il mondo è cominciato da un pezzo».
Lia Levi, negli ultimi anni si assiste a una vera e propria fioritura di memorie e autobiografie ebraiche. Si apre una nuova tradizione?
«Più che di memorialistica o di filone autobiografico, parlerei di un'esplosione della testimonianza di chi ha vissuto le leggi razziali. Quel momento storico ha segnato in modo forte l'emotività di chi allora era bambino, mobilitandone la fantasia e i sentimenti. Per l'età di chi l'aveva vissuta, quest'esperienza poteva essere espressa solo attraverso un'elaborazione letteraria, che è cosa assai diversa dalla ricostruzione di un memoriale. Proprio per questo si tratta di un fenomeno molto interessante».
A raccontare la storia con gli occhi dei bambini non c'è il rischio di cadere nel sentimentalismo?
«I testimoni adulti della Shoah stanno sparendo. La via per trasmettere la memoria di quanto è accaduto deve ora passare per forza attraverso le parole e la scrittura dei testimoni bambini».
Anche nell'ultimo libro di Philip Roth, «Il complotto contro l'America», è un ragazzino a raccontare un'ipotetica e mostruosa presidenza nazista degli Stati Uniti. Forse non è un caso.
«I bambini hanno un'ottica particolare. Non possono far altro che narrare un'esperienza frammentaria: sanno ricostruire solo ciò che rimane loro impresso. Ed è proprio quest'arbitrarietà che dà forza al loro racconto. Penso all'opera di Aharon Appelfeld. Deportato da bambino, parla del suo vissuto attraverso un mosaico di sensazioni e di silenzi».
Anche per lei la consapevolezza di essere ebrea è arrivata sull'onda dell'emozione più che della razionalità?
«La percezione della propria differenza dipende soprattutto dall'età in cui ti coglie. Per me è arrivata quando mi affacciavo alla vita sociale, con l'ingresso alle elementari. Rispetto alle leggi razziali non ho avuto quindi esperienza di un prima e un dopo. Ero convinta fosse sempre stato così: non provavo un particolare senso di differenza».
Una cittadina italiana come gli altri.
«Questo no. Le leggi razziali alimentavano in me la sensazione di un'oscura vergogna. Ma l'appartenenza a un gruppo forte come quello della scuola e della comunità ebraica di Roma contribuivano da darmi forza. La diversità si può sopportare se è vissuta in maniera collettiva. È terribile invece ritrovarsi da soli. E questo lo ripeto sempre nei miei incontri nelle scuole».
Alla scrittura lei affianca da molti anni un lavoro di testimonianza e di divulgazione rivolto ai più giovani. Come si racconta, in un'aula scolastica, un'esperienza come la Shoah?
«Con i ragazzi la comunicazione è facile. Le esperienze dei loro coetanei al tempo delle leggi razziali e della guerra fanno scattare subito un forte processo di identificazione. "Ma allora eri una bambina come noi?" mi chiedono sempre con una certa sorpresa».
Perché questo lavoro di trasmissione della memoria alle giovani generazioni?
«È arrivato, in modo quasi naturale, dopo il successo nelle scuole del mio primo libro "Una bambina e basta", ed è parte integrante del mio impegno ebraico. Quanto al significato, vorrei rispondere con le parole di Elie Wiesel. Non raccontiamo la Shoah per far soffrire i ragazzi, ma perché possano diventare più sensibili e capire quanto è accaduto».
Da un punto di vista personale, che ritorno ha questo dialogo?
«Direi che ha contribuito a rafforzare la mia identità ebraica».
In questi ultimi anni c'è una grande attenzione rispetto al mondo ebraico. Come se la spiega?
«Credo sia un interesse autentico. Basta andare in libreria e guardare quanti libri sugli scaffali si occupano di ebraismo o di Medio Oriente, dalla narrativa alla saggistica. Poi c'è un'attenzione diversa, molto più superficiale, che è frutto di un gioco mediatico. Penso alla recente bagarre al vertice dell'Unione delle comunità ebraiche italiane con le dimissioni, poi rientrate, di Amos Luzzatto. Dove c'è ombra di polemica, giornali e tivù si buttano a pesce».
Un libro per capire meglio l'ebraismo.
«È difficile sceglierne uno solo. Ai bambini suggerirei "L'isola degli uccelli" di Uri Orlev. Agli adulti consiglio invece Isaac Bashevis Singer e soprattutto il romanzo "Ricerca e perdizione", in cui convivono i diversi mondi ebraici: dalla shtetl dell'est Europa alla vita di città alla fuga in America. Poi naturalmente ci sono gli scrittori israeliani, capaci di tenere viva una visione politica militante che oggi in Occidente mi sembra mostrare invece la corda».
Daniela Gross