Mi voleva Spielberg: parola di Pratt

di Paolo Lughi

Questa intervista al maestro dei fumetti Hugo Pratt è stata realizzata a Venezia nel 1992, nell'ambito della Mostra del Cinema di quell'anno. Un Pratt in vista dell'ultimo viaggio (è scomparso dieci anni fa, il 20 agosto 1995) interpretava una piccola parte nel thriller «Nero» di Giancarlo Soldi, sceneggiato da Tiziano Sclavi, interpretato da Sergio Castellitto e Chiara Caselli, e inserito nella «Vetrina del cinema italiano». L'intervista era destinata alla documentazione per la stampa, e la parte sul film è stata pubblicata in ciclostile per le caselle destinate ai giornalisti accreditati alla Mostra.
Ma la mia chiaccherata con Hugo Pratt era stata ben più libera e ampia, perché il grande disegnatore era stato uno dei miei idoli dell'infanzia e dell'adolescenza da quando avevo letto a puntate negli anni '60, sul «Corriere dei Piccoli», storie come «Anna nella Jungla» e «L'isola del tesoro», e più tardi, negli albi Mondadori, «La ballata del mare salato» e «Baci e spari», le prime avventure di Corto Maltese. Per questo le mie domande avevano presto esulato dalla comparsata del maestro in «Nero», per toccare aspetti inediti del suo rapporto con il cinema e il sempre rimandato, e mai realizzato, approdo del marinaio Corto sullo schermo.
In «Nero» lei interpreta il Commissario Straniero. Come è capitato in questo film?
«Non è certo una parte molto lunga, dico solo qualche battuta. È quello che al cinema si dice un "cameo". Soldi mi ha chiamato perché è un grande appassionato di fumetti, ed gli ha fatto piacere avermi nel suo film. Credo inoltre che lui avesse visto il film di Leos Carax "Rosso sangue", dove interpretavo una specie di gangster, un italo-americano. Anche lì si trattava di una piccola parte, ma il film del mio amico Carax era molto bello, e sicuramente Soldi se ne sarà ricordato per affidarmi la parte del Commissario Straniero».
Questo nome, Straniero, le si adatta: lei è di origine veneziana, ma è vissuto molto all'estero, in Africa, Sudamerica, Francia.
«Non so se il nome esistesse già nella sceneggiatura di Soldi e Tiziano Sclavi. Però è vero che mi sono trovato parecchio a mio agio con quel nome appiccicato addosso. Deve aver giocato anche il nome, nel fatto che mi sono trovato in questo film».
Soldi ha dichiarato che il suo è l'unico ruolo non eccessivo nel film. Cosa voleva intendere?
«Posso dire che il Commissario Straniero, in un horor complessivamente piuttosto paradossale, è qui un personaggio invece molto normale, che si ritrova in mezzo al crimine, ma che reagisce senza isterie né angosce, con un'ironia che vuole coprire una sorta di dolore interno, una misteriosa nostalgia».
Un po' come Corto Maltese, allora…
«Soldi è un grande appassionato di comics, conosce da tempo il mio lavoro, e il film è anche sceneggiato da Tiziano Sclavi, un autore di fumetti che ammiro molto. Probabilmente il fatto di avermi chiamato è stato per Soldi e Sclavi un gesto di cordialità, o meglio di complicità verso il mondo dei fumetti. Un accenno divertente ai personaggi che ho inventato».
Ma nelle sue storie c'è molta più avventura che thriller. Sono poche le figure di commissari o detective, e poche le ambientazioni metropolitane…
«È vero che Corto Maltese e la maggior parte dei miei personaggi si muovono in ambienti molto diversi. Sono storie di taglio romantico, esotico. Invece in "Nero", come nelle storie di Sclavi tipo "Dylan Dog", ci sono molti morti, sangue, tombe… non sono situazioni da Corto Maltese. Però c'è stato un mio fumetto, tre anni fa, che descriveva un mondo sordido, da thriller, ed era "Tango", ambientato a Buenos Aires negli anni '20 nei commissariati di periferia, dedicato alla mia Argentina dove ho vissuto a lungo nel dopoguerra».
Qual è il suo rapporto con il cinema?
«Un rapporto ambiguo, di grande amore ma anche di diffidenza. Sono stato fin da ragazzo uno spettatore attento e appassionato, con una grande predilezione per il cinema avventuroso. L'idea di Corto Maltese mi è venuta da Burt Lancaster, beffardo marinaio colonialista che avevo visto nel film "His majestic O'Keefe" (Il trono nero, 1954) di Byron Haskin. Lì Burt è legato su una zattera alla deriva come Corto all'inizio della sua prima avventura, "La ballata del mare salato", fra Papua e le isola Salomone. E in almeno due momenti di quella pellicola, Lancaster veste la divisa che più tardi avrei fatto indossare a Corto».
Quando vedremo Corto Maltese in un film?
«(ride) Sono vent'anni che dico di no a tutti, perché disgraziatamente tutti vogliono fare un affare, e non hanno intenzione di realizzare un film che racconti veramente il personaggio di Corto Maltese. Nella seconda metà degli anni '70 Luigi Scattini, che mi ebbe come interprete in due suoi film, per primo si offrì di portare sul grande schermo Corto. Ma io volevo essere coinvolto di persona nella sceneggiatura. Ultimamente ho detto di no anche a due emissari di Steven Spielberg, che mi hanno rintracciato nella mia casa di Losanna. Per la verità gli unici in grado di poter portare sullo schermo Corto Maltese mi sembrano proprio gli americani, Spielberg come Sidney Pollack, Kubrick come Ridley Scott. Solo che hanno il difetto di volersi prendere tutto. Vogliono comprare i diritti sul personaggio e poi disporne come gli pare e piace. Temo di veder stravolto Corto, di perderlo di vista. Forse lo potrebbe realizzare un nuovo, giovane regista, quel Tim Burton che ha diretto "Batman", e che fa dire a Kim Basinger all'inizio del film: "Sono di ritorno dal Corto Maltese", vale a dire da un luogo tipico dell'avventura. Lo stesso Burton mi ha telefonato per segnalarmelo. Il problema, però, è il volto di Corto Maltese - da tempo ho rinunciato a Burt Lancaster - che dovrà essere quello di un attore nuovo, in modo che il pubblico debba individuarlo con il solo Corto, e non con una maschera cinematografica già nota».
Intanto vedremo Hugo Pratt in altri film?
«Quella dell'attore è ormai una mia piccola carriera alternativa. Ho esordito nel '43 a Venezia in un film di Cesco Baseggio tratto dalle "Baruffe chiozzotte". Qualche anno fa, insieme all'amico Oreste Del Buono, mi sono divertito a intepretare, oltre che a sceneggiare, "Quando c'era lui, caro lei!" di Giancarlo Santi. Di recente, invece, Leos Carax mi voleva far nuovamente recitare in un suo film, "Les amants de Pont Neuf", nella parte di un clochard. Non so bene cosa avrei dovuto fare».
Era sicuramente la parte del clochard che possiede tutte le chiavi dei musei di Parigi, una parte molto bella. Come mai non ha potuto interpretarla?
«Purtroppo, quando Leos me l'ha detto, non avevo tempo. Stavo partendo per i Mari del Sud».