Lord Rogers: che emozione rivedere la mia Trieste

TRIESTE È tornato nella sua Trieste dopo trent'anni, rimanendone affascinato, Lord Richard Rogers, architetto di fama internazionale, con nel cuore e nella penna il problema della «città sostenibile e compatta», in cui lo spreco energetico dovrebbe essere ridotto al minimo per evitare il mutamento del clima e i danni conseguenti. Il progettista - che ha studio a Londra, Tokio, Barcellona, Madrid e Firenze - ne ha parlato, in un auditorium del Museo Revoltella affollatissimo, durante la terza Conferenza internazionale di architettura, organizzata dall'Ordine degli architetti di Trieste e dal suo presidente, Luciano Lazzari, sul tema dell'allargamento della Comunità Europea.
Al convegno, conclusosi ieri, hanno partecipato progettisti di prestigio quali lo spagnolo Carlos Ferrater e il croato Hrvoje Njiric, le massime autorità cittadine, i presidenti nazionali e i rappresentanti degli Ordini degli architetti di tutta Europa.
Alto, asciutto, dall'aspetto nobile, Rogers si esprime - lo sguardo fermo e acutissimo - in un italiano quasi perfetto nella costruzione, con accento inglese e un fondo di dialetto triestino antico. Tra le firme più prestigiose dell'architettura contemporanea, ha progettato, assieme a Renzo Piano, il Centre Pompidou. Fra le sue opere ricordiamo l'edificio dei Lloyd's, il Millenium Dome e la riconversione dei Royal Docks a Londra e la pianificazione di grandi aree a Shangai, Berlino e nella capitale inglese. È consigliere del sindaco di Londra per l'Architettura e l'Urbanistica e di quello di Barcellona per le Strategie Urbanistiche.
Quale rapporto la lega a Trieste?
«I miei genitori erano triestini. Duecento anni fa un Rogers è partito dall'Inghilterra, da Sunderland, è andato a Venezia, era un dentista. Dopo, i Rogers provengono più o meno da queste parti, Trieste, Venezia o Milano».
Ernesto Nathan Rogers (Trieste 1910- Gardone 1968) fu figura di particolare rilievo culturale nell'ambito del famoso studio di progettazione architettonica e urbanistica Bbpr di Milano, che condivise dal '32 con Banfi, Belgiojoso e Peressutti, firmando edifici significativi nell'ambito del linguaggio architettonico italiano del '900. Quale frequentazione ebbe con lui?
«Ho studiato architettura per via di lui, che era mio cugino. L'ho incontrato quando avevo 18 anni e non sapevo cosa fare nel futuro. Sono venuto a Trieste per un anno nel '51 come soldato dell'esercito inglese, poi sono andato a Milano nel suo studio, dove ho lavorato, anzi "giocato". Così mi è venuta l'idea di fare architettura. Per parte di madre sono imparentato con i Geiringer. Eugenio Geiringer, che era mio bisnonno, ha costruito molte parti di Trieste, c'è anche villa Geiringer sulla strada per Opcina. Anche mio nonno era ingegnere-architetto, ha lavorato come direttore dei lavori per le Assicurazioni Generali e c'è un affresco in galleria Protti firmato da Carlo Sbisà, che lo rappresenta in questa funzione.
Lei si sente italiano?
«Profondamente italiano, l'Italia è un Paese meraviglioso, anche se è quasi impossibile lavorarvi. Sono nato a Firenze nel '33, una parte della mia famiglia è fiorentina. Fino a cinque anni, prima di trasferirmi a Londra, ho vissuto tra Trieste e Firenze, ma soprattutto a Trieste. Dopo la guerra, fino al '57, quando erano vivi i nonni, tornavo qui ogni estate a trovarli, qualche volta anche a Natale. La mia mamma era una vera mamma italiana, creava delle ceramiche abbastanza belle, c'era in lei questa parte artistica moderna. C'è una tipica frase inglese, "the schok of the new" (la violenta emozione del nuovo): fino a vent'anni fa gli inglesi avevano infatti dei problemi con la modernità, mentre io, mia madre e la mia famiglia appartenevamo alla cultura artistica moderna. Perciò quando ho iniziato a fare architettura, mi sono trovato bene».
Cos'ha provato, tornando qui?
«È stato un po' uno shock. La città è senza dubbio molto più bella di allora, gli spazi pubblici, come piazza Unità, sono bellissimi sia di giorno che di notte. Invece, dopo la guerra, Trieste era una città di sapore vittoriano, non molto apprezzabile. Spero che il suo porto torni ad essere frequentato, come è accaduto a Genova e a Londra. Di fronte al mare, al sole e al più bel tramonto che io abbia mai visto, con le barche e le montagne intorno, non c'è però un solo posto lungo la riva triestina dove prendere un caffè o far giocare i bambini, come accade invece a Barcellona, Lisbona, New York, Londra, dove sto lavorando. Mentre Trieste è un posto ideale per queste attività, ha una posizione speciale e un porto molto protetto. La piazza Unità dovrebbe arrivare fino al mare, lungo tutta la passeggiata sulle rive dovrebbe esserci più spazio per i pedoni e meno per le automobili. Perché qui c'è il tramonto più bello d'Europa».
Marianna Accerboni