Scoppia il «caso Fogàr»: spia del regime?

di Guido Botteri
L'8 maggio 1934 «Il Piccolo» pubblica nella pagina di cronaca un editoriale intitolato «La fine di un equivoco». L'articolo non è firmato e appare quindi come espressione del pensiero del giornale, anche se il direttore Rino Alessi dichiarerà, nel dopoguerra, che gli era stato inviato – e imposto – dagli uffici del prefetto fascista, Carlo Tiengo. Il quotidiano elenca le «colpe» principali commesse, in quegli anni, dal vescovo di Trieste e Capodistria, Luigi Fogàr, che rendono «insostenibile la situazione del vescovo», come commenterà il giornale della federazione fascista «Il Popolo di Trieste»: «Non c'è che una soluzione: se ne vada», questo vescovo, «tipicamente sovversivo, antifascista e anti-italiano».
I documenti pubblicati a sostegno di queste accuse sono alcuni interventi, pubblici e privati, del vescovo, frutto anche di delazioni, alcune delle quali interne alla struttura ecclesiastica. Questi documenti, non che provare il «tradimento» del vescovo, testimoniano la sua «profonda coerenza pastorale con i principi cristiani» e la sua «lungimirante visione dei problemi spirituali, morali e religiosi della Venezia Giulia».
Mons. Fogàr viene accusato di aver detto sul piazzale di San Giusto, nel benedire i gonfaloni della città giuliane e dalmate: «Signori, non dimenticate mai: siamo ai confini della Patria, ma non siamo ai confini della Chiesa»; di non aver accettato di benedire il monumento a Guglielmo Oberdan sostenendo che «la morale cattolica non permette che si onori un omicida o un mancato omicida»; e soprattutto di aver detto ai chierici italiani del seminario inter-diocesano di Gorizia che «ognuno ha diritto di parlare nella propria lingua», dipingendo «il male della società contemporanea col comunismo e coi fanatismi nazionalistici dell'Europa»; che «la stampa deve tacere ed egli, vescovo, non può pubblicare il numero dei suoi fedeli slavi, che ammontano a duecentomila»; che «come si poteva affermare che gli slavi non fossero maltrattati se vennero una sera da lui in curia un prete tutto pesto e un altro con la faccia insanguinata e con i denti incisivi spezzati»; infine che «è facile essere italiani in Italia, ma che dovevano mettersi nei panni degli sloveni per comprendere bene la loro situazione».
A 70 da quelle accuse e dalla sua «cacciata» dalla cattedra di San Giusto (la Santa Sede aveva ottenuto che tre mesi prima lasciasse Trieste il suo persecutore, il prefetto Tiengo), e a 34 anni dalla sua morte, mons. Fogàr viene accusato di essere stato una «spia del regime» mussoliniano. A sostenerlo è uno storico, che – in questo caso – è stato per lo meno poco scrupoloso: è il docente dell'Università di Camerino, Mauro Canali. Autore di un ponderoso studio (863 pagine), pubblicato dalla casa editrice «Il Mulino», nel 2004, su «Le spie del regime»: dopo aver affermato che il vescovo di Trieste, nel 1939, «venne assunto regolarmente» dalla super-spia della polizia politica, il conte-avvocato Trojani(vedi «i quattro protagonisti»),ne elenca le «colpe» commesse(vedi «Le accuse»), rimandando la documentazione agli «atti conservati negli archivi centrali dello Stato e riguardanti, in particolare, il processo istruttorio promosso nel marzo 1945 contro l'avvocato Bruno Cassinelli e lo stesso Trojani e quello successivo al «gruppo Trojani» e i fascicoli personali della polizia politica dedicati sia agli «informatori», tra cui il goriziano Mario Rossi (vedi «I quattro protagonisti»), che i «sospettati».
Se, invece di limitarsi a indicarli nelle note, lo storico si fosse impegnato a leggerli, avrebbe accertato che proprio questi documenti scalzavano le accuse avanzate. Esse, evidentemente, erano state desunte dai primi inquirenti che avevano accettato acriticamente le versioni contenute negli atti della polizia fascista. Non solo, quelle stesse carte avrebbero messo in luce «la profonda coerenza» dell'azione di mons. Fogàr «con i principi cristiani» e ribadito la sua «lungimirante visione» dei problemi del confine orientale.
A smentire l'accusa di «spia fascista», infatti, è lo stesso Virginio Trojani, che pure nei confronti dei suoi superiori si era vantato di poter contare sulla «collaborazione» del vescovo, al quale il capo della polizia politica aveva attribuito in codice il nome di «numero 90». Il Trojani, processato dalla commissione speciale contro i crimini fascisti, fa il nome di soltanto dieci dei suoi «sub-fiduciari» stipendiati (nei suoi elenchi del periodo fascista ne aveva elencati 50) e in un memoriale autografo del 17 aprile 1945 chiede al giudice istruttore che interroghi mons. Fogàr perché «egli potrà illustrare alle autorità quello che io ho fatto in 15 anni nella Venezia Giulia a favore dei cattolici, degli sloveni e di tutti i martiri della violenza fascista. Credo che S.E. mons. Fogàr in questo periodo di tempo mi abbia consegnato oltre duemila lettere da raccomandare a S.E. Senise (capo della polizia, ndr) a S.E. Bocchini (successore di Senise, ndr) e allo stesso Mussolini. Si trattava di confinati, di condannati, di perseguitati, di ammoniti, di mandati in campo di concentramento, di ebrei perseguitati e di tanti infelici, vittime della demenza fascista».
Mons. Fogàr, il 14 giugno 1945, invia al giudice De Martino, che sta istruendo la causa Cassinelli-Trojani, un memoriale di otto pagine per «fare il mio dovere, impostomi dalla coscienza, dalla riconoscenza e dallo spirito di giustizia». L'ultimo punto, il quinto, è dedicato al «conte V. Trojani»: «Conosco il Trojani da circa venti anni. Sapevo di lui che era addetto alla Polizia e che aveva degli incarichi delicati. Credo mio dovere di coscienza di dichiarare che il Trojani, durante questo lungo periodo, mi ha aiutato per difendere tantissimi perseguitati dal fascismo, slavi e italiani, sacerdoti e laici e ultimamente gli ebrei. Il dott. Kralj (leader degli sloveni cattolici di Gorizia, ndr) e io stesso siamo ricorsi a lui in innumerevoli casi e molte volte con successo. Il Trojani mai ebbe la minima retribuzione. Egli dimostrava a noi sempre i suoi sentimenti antifascisti».
Tutte le presunte informazioni e illazioni citate nel volume «Le spie del regime», a proposito di mons. Fogàr, sono tutte senza riscontro nei documenti, pur richiamati nelle note. L'autore fa credere che mons. Fogàr «riferisse», «trasmettesse» direttamente «ai funzionari della PolPol» informazioni e delazioni. I documenti rivelano che non c'è alcun rapporto di mons. Fogàr nei vari fascicoli della polizia, né tantomeno ricevute di compensi o di rimborso spese di viaggi: le relazioni sono sempre delle varie spie, che «riferiscono».
Compaiono anche i nomi di Gonella e di De Gasperi, il primo come «accompagnatore» di una dama di corte che, il 7 settembre del 1943 (cioè il giorno prima dell'armistizio) vuol conoscere mons. Fogàr («Il prof. Gonnella – scrive il Trojani – non ha voluto assistere per delicatezza al colloquio»). Il vescovo le elenca «tutti gli orrori commessi dal defunto regime nella provincia di Lubiana». De Gasperi è citato in un rapporto di quattro giorni dopo, perché commentando le reazioni alla firma dell'armistizio «l'ex deputato De Gasperi dichiarava che la classe operaia si è comportata come l'ora che attraversiamo impone».
Nell'ampia documentazione sul pensiero e sulle azioni del vescovo di Trieste dal 1939 al 1945 fornita dalla rete spionistica fascista, un particolare rilievo hanno i rapporti di «Cirius», l'ex direttore del settimanale cattolico di Gorizia(vedi «I quattro protagonisti»)passato armi e bagagli al fascismo, sino al punto di diventare il convinto delatore di quello che era stato il suo maestro.
In una prima informativa del 14 ottobre 1936, Rossi-Cirius rileva che del vescovo dimissionario sono «amici e simpatizzanti ebrei, socialisti e comunque dissidenti, i quali, come già è accaduto altre volte, prenderebbero questa occasione per acclamare il Vescovo e trarne una dimostrazione antifascista e anti-italiana». Tre anni dopo Rossi-Cirius, commentando anche una visita a Gorizia del «famigerato» mons. Fogàr, lo definisce «capo della ribellione» dei preti slavi della diocesi isontina nei confronti dell'arcivescovo Margotti, ritenendo «inutile sottolineare la sua personalità anti-italiana e antifascista».
L'ultimo documento di «accusa», datato 8 ottobre 1942, è intitolato dallo stesso Rossi-Cirius: «Mons. Fogàr confessa di essere il protettore dei preti ribelli slavi». «Il prelato – scrive la spia che si è recata a Roma per visitarlo "a seguito delle istruzioni impartitegli" – che accoglie nella sua casa gli alti papaveri antifascisti del mondo cattolico romano e i preti slavi del Goriziano e del Triestino, di cui, dal giorno della sua cacciata da Trieste si è fatto protettore, parlando con Cirius ha confermato di essere lui il protettore degli slavi. Lo si sapeva, ma non per questo la sua ammissione non è meno preziosa».
Sempre in argomento di slavi, ma al di là del confine, egli ha poi osservato: «Certo che gli sloveni di Lubiana desideravano un'occupazione dell'Italia perché altrimenti sarebbero stati invasi dalla Germania), ma essi non possono darsi una ragione dell'annessione. E poi lo sbaglio è stato quello di voler fascistizzare subito quella popolazione, che del fascismo avuto sempre gran terrore».
Niente male per una «spia del regime»!