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Benedetto XVI come Karol: non abbiate paura

CITTÀ DEL VATICANO «Non sono solo. Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo». Lo dice il Papa a una Chiesa che implora di pregare affinché «io non fugga, per paura, davanti ai lupi». Benedetto XVI sente l’abbraccio della Chiesa mentre recita l’omelia per la messa di «inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma». Una messa di quasi tre ore di fronte a 400 mila fedeli. Ieri, sul sagrato di San Pietro, luogo di martirio, Benedetto XVI, interrotto 35 volte dagli applauso, ha voluto salutare «con gioia e gratitudine» non solo le gerarchie ecclesiastiche e i consacrati ma «i fedeli laici», anche «tutti coloro che, rinati nel sacramento del Battesimo, non sono ancora in piena comunione con noi». Nel suo abbraccio, il Papa ha stretto «i fratelli del popolo ebraico cui siamo legati da un grande patrimonio spirituale comune». E ha rivolto un pensiero all’umanità intera: «A tutti gli uomini del nostro tempo, credenti e non credenti».
Trentacinque applausi hanno scandito la lunga omelia di papa Ratzinger prima dell’ovazione finale. Il popolo di Benedetto XVI, come se seguisse una lezione, ha compreso i passaggi chiave, sottolineandoli con battimani d’approvazione. Il Papa pastore, l’«umile lavoratore della vigna del Signore», ha voluto spiegare il significato del rito che si andava compiendo, il valore di simboli. L’importanza del pallio pontificale, segno e significato sia del pastore che dell’agnello: il pastore è il Cristo della «santa inquietudine», l’agnello è il Dio «paziente»: «Ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori», sottolinea Benedetto XVI. E poi il secondo segno, l’anello del Pescatore per la prima volta senza una gemma a ornarlo. Quello di Papa Ratzinger porta inciso l’episodio della pesca miracolosa dopo la Resurrezione di Cristo.
Il Papa allontana il sospetto di voler illustrare un «programma di governo». Una scelta attenta e ponderata è stata quella delle lingue usate, dopo il severo rifiuto dello spagnolo nell’udienza con i giornalisti sabato mattina. La lingua di Zapatero ricompare per la lettura della seconda lettera di San Pietro apostolo. Non sono state scelte a caso neppure le altre lingue e le nazionalità dei dodici prescelti per simboleggiare l’obbedienza al Papa: inglese per la prima lettura dagli Atti degli Apostoli; latino e greco per il Vangelo; tedesco, per la prima preghiera dei fedeli; francese per la seconda, per infondere coraggio al Papa; arabo per «i responsabili delle nazioni»; cinese «per i sofferenti»; portoghese per l’ultima preghiera.
L’Asia e l’Africa hanno avuto un posto particolare nel momento dell’obbedienza. L’abbraccio del Papa ha sfiorato una famiglia coreana, una ragazza cingalese e un giovane congolese. Se la vocazione ecumenica di Benedetto XVI si è vista e sentita nel contrappunto, al greco e al latino del Vangelo, delle voci bianche della Sistina seguite dai baritoni delle Chiese orientali, la sua attenzione ai giovani era scritta nei volti acerbi di quelli scelti per leggere le preghiere. «La Chiesa è viva. La Chiesa è giovane», ricorda Ratzinger citando i «tristi giorni della malattia e della morte» di Papa Wojtyla. Una Chiesa alla quale Benedetto XVI rinnova l’esortazione che fu di Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo». Cristo spaventa solo chi esercita «il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell’arbitrio» contro «la libertà dell’uomo, la sua dignità, l’edificazione di una società giusta».
Natalia Andreani
Lucia Visca